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Elisa Averna
12 set 2025
In RECENSIONI AUTORI EMERGENTI
DESCRIZIONE
Un giovane detective alle prese con l'occasione che può cambiargli la vita; due studentesse disposte a tutto pur di scansare la giusta punizione; una ragazzina che porta sulle spalle il peso di una azione terribile; un poliziotto, un mafioso e la città più corrotta del mondo; un vecchio pugile, dispensatore di saggezza; un uomo grande e grosso, con la mente e il cuore di un bambino; una donna disperata in una strada senza uscita; un incontro destinato a rispondere alla più importante delle domande. E una incredibile, appassionante sfida al lettore.
Cose di Jack Rubino: otto racconti per esplorare il mondo del più affascinante e sconclusionato occhio privato di New York.
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Cari lettori,
mi rendo conto di essere sparita dai social e dal mio stesso blog… e sì: mi sono goduta la vita all’aria aperta, certamente anche in compagnia dei miei amici libri. Da oggi riapro le danza e lo faccio con una raccolta di racconti particolare, che mi ha tenuta incollata e sorpresa: mi ha pure fatto giocare. Il “gioco” di Raguzzino mi ha divertita, e sì: ho indovinato quale racconto è stato scritto con un’AI. Mi (ri)specializzerò in editing di testi generati da macchine; non posso rivelarvi i trucchi del mestiere, ma vi assicuro che a volte basta una semplice virgola: è una spia più loquace di cento aggettivi.
Veniamo alla recensione:)
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Raguzzino mette in scaffale otto racconti che abitano il piccolo universo dilatabile del suo amato personaggio Jack Rubino (cui ha persino dedicato il nome della sua casa editrice): noir di Hell’s Kitchen, scorribande lagunari, campus law–comedy, confessioni allo specchio. Apre, furbescamente, con una “Sfida al lettore”: uno dei racconti è stato scritto da un’IA (Gemini); la soluzione è negli “Appunti” finali. Il lettore è chiamato a giocare, non a “smascherare il colpevole”, ma l’autore del testo: umano o macchina? Troppo carina la cosa :)
Cosa funziona (molto)
La voce di Jack. L’incipit di “La grande occasione di Jack Rubino” è una piccola poetica dello sguardo allo specchio: uno scatto di auto–disprezzo, un sorriso storto, e subito scelta e azione. È pulp con autoironia, un Chandler ripassato nella salsa dell’auto–sabotaggio: «Mi sono fatto fregare un’altra volta…»; poi Venezia, casinò, un incarico privato che profuma di trappola e una collana troppo pesante per non tirare a fondo. Qui Raguzzino domina ritmo e svolte, tiene in aria morale e beffe e... e il personaggio regge!
Funziona egregiamente anchhe il controcanto processuale. “Difesa a sorpresa” porta l’'azione in un campus del Wyoming: consiglio disciplinare, presidente William Norton, la brillante Catol Hatway che ribatte cavilli al cospetto di un professor McAlister “ospite scomodo”. È un legal drama asciutto e frizzante, con u orecchio per la dinamica d’aula e un senso del controtempo comico che alleggerisce senza sciogliere la tensione. Figo? Yes!
Il racconto tutto–dialoghi ;) , “Cinquanta minuti” è un esercizio di pura voce: solo battute (eh eh eh! Sscritto in stile Breathless… mi sono sentita a casa), sedute di psicoterapia cronometrate (sveglia che starnazza come un’oca), e un’intimità che si costruisce a colpi di omissioni.
Le faglie emotive :)
“La ballata di Russell” è il capitolo che graffia di più: memoria traumatica, lessico scabro e confessione senza sconti – una lama che entra e non chiede permesso. In “Freedom. Un blues di Hell’s Kitchen” l’autore rovescia un monologo sulla violenza di genere: è un pezzo volutamente scomodo, che mette in questione il maschile come struttura e come alibi. Qui la pagina pulsa di rabbia politica... e si sente.
“Una scelta difficile per Jack Rubino” è quasi un faccia a faccia tra autore e creatura, perché Jack è l’“E se…?” di Andrea: l’altro possibile sé, quello che fa scelte diverse e ci permette di interrogarle. È meta–racconto onesto e tenero, che rende esplicito il patto affettivo con i personaggi.
Dove scricchiola... e perché ha senso che scricchioli?
C’è un racconto, dichiarato negli “Appunti” come quello scritto con l’AI, senza che io qui lo spoileri, in cui si avverte una diversa “temperatura sintattica”: esposizione più lineare, motivazioni didascaliche, frasi “piatte” che arrivano in fila indiana. È interessante più come esperimento che come vetta stilisticae il confronto col resto del volume è illuminante per capire dove l’umano vibra: negli scarti, nei silenzi, nelle micro–stonature intenzionali. (Se volete togliervi lo sfizio: l’autore rivela titolo e metodo negli “Appunti”, spiegando di aver dettato scena per scena a Gemini e di aver completato in poche ore).
Altrove, ogni tanto, l’aggettivazione s’impigrisce in formule di genere; qualche gag indulge nella caricatura, ma è fisiologia del pulp, non patologia. La cifra prevalente resta una scrittura energetica, cinematografica, con dialoghi che fanno il lavoro sporco (e bello) della caratterizzazione.
Il “gioco” e il lettore
La sfida Ellery–Queen–style non è un vezzo: costringe a leggere “in diagonale verticale”, a sentire il passo della prosa; ti addestra a distinguere ritmo da ricetta. Che io l’abbia indovinato conta poco: più interessante è come la raccolta ti alleni a farlo e come l’autore, negli “Appunti”, renda trasparente il backstage dell’operazione.
Che cosa dirvi d'altro? Mmh... Cose di Jack Rubino è un piccolo laboratorio narrativo: tra noir, legal, romanzo di formazione laterale, e un gesto meta–autoriale che vale da saggio pratico sull’ibridazione uomo–macchina. Si legge per Jack, certo; ma si resta per le donne che gli tengono testa, per i tribunali popolati di studenti, per i canali bui dove la morale scivola come alghe. E per quella pagina finale in cui l’autore dichiara l’amore (sì, amore) per la propria creatura e per chi la legge.
Consigliato a: chi ama il noir con il sorriso storto; chi si diverte con i dispositivi formali; chi è curioso di capire davvero cosa “fa” un’AI quando scrive narrativa.Voto personale: 4/5/ mafacciamo pure 6! (una stella extra per i Cinquanta minuti e al coraggio di piazzare un racconto machine–made accanto agli altri senza rete). Una seduta di psicoterapia tutta giocata su voce e silenzi, scandita dal timer della sveglia: niente cornici rassicuranti, solo battute che si rincorrono e si accavallano. È un racconto che respira e ansima come chi sta in analisi: l’assenza di narrazione ti costringe a mettere in scena tu stesso lo studio, le posture, i non detti. L’effetto? Straniante, intimo e un po’ malizioso: pura drammaturgia da leggere con l’orecchio più che con l’occhio. Un vero Breathless, come gli dèi comandano!
(Trucco del mestiere? Non oggi. Però ricordatevi della virgola.)
LINK PER L'ACQUISTO
https://www.amazon.it/Cose-Jack-Rubino-Andrea-Raguzzino-ebook/dp/B0F68QX4VR/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=13BUTSV7X0IF3&dib=eyJ2IjoiMSJ9.93lnBcH02fxv8YOS2bdkgoO5tkjrBmSTMUvGhrFe_qs.STLkGyQ6ecphCcRb0jiVHhzFHRRqN0Wu-kmL35E1MA0&dib_tag=se&keywords=Cose+di+Jack+Rubino+jack+edizioni&qid=1757679524&sprefix=cose+di+jack+rubino+jack+edizioni%2Caps%2C151&sr=8-1
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Elisa Averna
30 lug 2025
In ALTRO
È un errore madornale confondere l’uomo con l’artista. Un errore che, da secoli, ha offuscato l’accesso alla verità più profonda dell’arte. Van Gogh fu considerato un folle, Caravaggio un assassino. Eppure, la luce che ancora oggi promana dai loro quadri è immortale.
Come ignorare allora la poesia di Antonin Artaud, che passò la vita tra manicomi e deliri visionari? O la potenza bruciante delle parole di Charles Baudelaire, alcolizzato e oppiomane, e di Arthur Rimbaud, l’enfant terrible della poesia maledetta? E ancora: Egon Schiele, accusato di pornografia e scandalo, ma autore di opere di struggente bellezza e inquietudine. William Burroughs, tossicodipendente e autodistruttivo, ma pietra miliare della letteratura beat. Jean-Michel Basquiat, devastato dalla droga e dal disagio razziale, eppure genio assoluto del colore e della ribellione. Persino Beethoven, collerico, scontroso, a tratti paranoico, compose musiche che sembrano dettate dagli angeli. E Kurt Cobain, anima sensibile e tormentata, leader dei Nirvana, che ha trasformato la sofferenza personale in un inno generazionale prima di morire suicida, travolto da un’overdose e da un dolore esistenziale insostenibile.
Ma attenzione: ricordare queste biografie non significa cadere nel cliché romantico dell’arte come frutto esclusivo del dolore. L’arte nasce anche dalla gioia, dalla meraviglia, dalla gratitudine. Può scaturire da un’illuminazione amorosa, da un’armonia interiore, da una comunione con la natura o con l’altro. Pensiamo a Marc Chagall, a Mozart, a Raffaello: le loro opere cantano la luce, la bellezza, la speranza. Non esiste un solo sentiero per la creazione: l’arte è il riflesso amplificato dell’umano, in tutte le sue sfumature. Dolore e amore, oscurità e luce, abisso e ascensione: tutto può generare bellezza, se filtrato dallo sguardo profondo dell’artista.
L’opera d’arte non è la somma delle colpe o delle virtù del suo autore: è un linguaggio autonomo, una dimensione altra. L’arte sopravvive al corpo, alla biografia, al peccato.
Ozzy Osbourne ne è un caso emblematico. Sì, ha compiuto atti che oggi ci turbano, ci spaventano: ha morso la testa di un pipistrello, pensando fosse finto; ha fatto lo stesso con una colomba, durante un momento delirante d’alcol e droga. Ha raccontato, con orrore e dolore, di aver sparato a 17 gatti durante un crollo psicotico, sotto l’effetto di sostanze devastanti. Ha anche confessato di aver rischiato di uccidere la moglie in un momento di blackout.
Atti imperdonabili? Sì, se li isoliamo. Ma l’uomo, non l’artista, va contestualizzato. Era un’anima tormentata, cresciuto in una Birmingham operaia e cupa, devastato da dipendenze e intrappolato in un sistema musicale che esaltava l’eccesso e l’autodistruzione. Chi lo ha conosciuto davvero sa che non odiava gli animali. Certo non era antispecista, non era vegano, come non lo sono milioni di artisti purtroppo. Ci sono video che lo ritraggono mentre salva un gatto in pericolo, circondato dai suoi animali domestici, con tenerezza e cura. Non era un mostro. Era un uomo rotto. Fragile. Confuso. E, nel tempo, pentito.
Non ha mai fatto vanto di quei gesti. Non ha mai detto “lo rifarei”. Li ha raccontati con orrore, con rimorso. E la sua musica, i suoi testi, sono il canto dolente di un uomo che ha chiesto perdono, a Dio, agli altri, a sé stesso. Canzoni come Mama i'm coming home, No more tears, Road to nowhere, Dreamer non sono solo brani: sono confessioni, visioni, suppliche. E allora perché ridurre tutto a un morso, per quanto atroce?
È tempo di riscoprire l’arte e non il pettegolezzo. Il valore eterno della creazione, e non il fango della cronaca. Perché l’opera non è il peccato: è la redenzione.
Demonizzare un artista per la sua vita tormentata, per le sue ombre, è una forma di vigliaccheria morale. Soprattutto se a farlo sono persone che piangono per un gatto e poi si mettono una bistecca nel piatto. Il mio antispecismo non giudica. Invita. Osserva. Denuncia l’ipocrisia. Ricorda che gli animali meritano rispetto sempre, non solo quando ci è comodo (non è per un gatto è un animale domestico, merita di vivere più di una mucca).
No, Ozzy non era vegano. E nemmeno la maggior parte degli artisti che adoriamo. Sono esseri umani in un mondo che troppo spesso accetta la violenza come norma e punisce la fragilità come colpa. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere. Di smettere di crocifiggere. Noi tutti siamo fatti di contraddizioni e dal dibattito con le nostre contraddizioni, nasce anche l’arte.
E che dire di Marilyn Manson, che “spaventa” fin dal nome? Una fusione geniale di Marilyn Monroe, icona della bellezza, della dolcezza e della femminilità, e Charles Manson, simbolo del male. Una dicotomia fortissima, un pugno allo stomaco della cultura pop americana. È un provocatore, sì. Ma anche un intellettuale. Un artista a tutto tondo: musicista, pittore, simbolista. Sotto le maschere, un pensatore lucido e raffinato.
È stato accusato, etichettato, linciato da un’opinione pubblica sempre più isterica e superficiale. Ma il suo presunto “satanismo” è teatrale, performativo. “Facevo parte della Chiesa di Satana con una posizione onoraria, ma non mi sono mai considerato un satanista”, ha detto. Era il suo modo per scuotere, per costringerci a guardare le ombre che rifiutiamo di vedere. Simboli, non fede. Estetica, non culto. Il satanismo laveyano stesso, quello filosofico, è molto più vicino a Nietzsche che a Satana.
Manson ha superato con le sue cover gli originali: Sweet Dreams è un capolavoro oscuro e sublime, Tainted Love un inno moderno alla lussuria e all’alienazione. Ozzy ci ha lasciato canzoni che ci accompagnano come preghiere laiche: Changes, Mr. Crowley, See you on the other side.
Siamo ben lontani dai versi dei decerebrati che inneggiano a droga, alcol, violenza veramente e senza né dolore né ironia, trapper dell’ultima ora.
Non esiste arte senza dolore. Non esiste creazione senza dissidio. Chi pretende l’artista santo, l'uomo irreprensibile, non ha capito nulla dell’arte. E neppure dell’essere umano.
È facile giudicare con i paraocchi. Più difficile è vedere davvero. E accettare che il genio, a volte, abiti corpi sbagliati, percorsi tortuosi, errori imperdonabili. Ma la fiamma dell'arte arde oltre. Sopravvive.
Criticare è legittimo. Crocifiggere, no.
Grazie Ozzy, grazie Marilyn, per averci mostrato che anche dal buio si può cantare. E che la bellezza non è sempre un volto sereno, ma a volte un urlo. Un graffio. Un bacio sulla fronte del dolore.
L’ARTE NON È L’UOMO. L’ARTE È PIÙ DELL’UOMO.
P.S. Queste riflessioni provengono da un’antispecista vegana, profondamente disgustata da ogni forma di violenza, che NON GIUSTIFICA MAI, ma capace di riconoscere e onorare la forza dell’arte, indipendentemente da chi la produce.
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Elisa Averna
21 mar 2025
In FILM E SERIE TV
Mi sono imbattuta in Baby Reindeer, miniserie, basata su una storia vera, quasi per caso, attratta più dalla curiosità che da una vera aspettativa. Non sapevo che, nel giro di tre serate, l’avrei divorata, trascinata dal suo ritmo implacabile e dalla profondità psicologica dei personaggi. Ho sempre trovato affascinante il modo in cui le dinamiche umane si snodano, come piccole azioni possano innescare reazioni a catena capaci di stravolgere un’esistenza. Questa miniserie ne è una prova inquietante e magnetica.
• Paese: Regno Unito
• Distribuzione: Netflix, 2024
• Creatore, sceneggiatore e protagonista: Richard Gadd
• Regia: Weronika Tofilska
• Episodi: 7
• Protagonisti:
Richard Gadd (Donny Dunn)
Jessica Gunning (Martha Scott)
Recensione
La storia segue Donny Dunn, un giovane comico londinese che, per un atto di gentilezza, si ritrova catapultato in un incubo. Un giorno, offre un tè gratis a Martha, una donna visibilmente fragile e sola. Da quel momento, lei diventa una presenza costante e ossessiva nella sua vita, bombardandolo di messaggi, aspettandolo fuori dal pub in cui lavora e invadendo ogni spazio della sua esistenza. La situazione degenera fino a sfociare in uno stalking spietato, lasciando Donny intrappolato in una spirale di paura, senso di colpa e impotenza.
Donny è un personaggio complesso, profondamente umano nelle sue fragilità. La sua iniziale disponibilità verso Martha non è solo un gesto di altruismo, ma anche il riflesso di un bisogno interiore di riconoscimento e connessione. Gadd lo interpreta con straordinaria sensibilità, restituendo il tormento di un uomo che si ritrova progressivamente schiacciato dal peso di un’attenzione che non ha cercato né sa gestire.
Martha Scott è una presenza ingombrante e disturbante, ma non un semplice mostro. Jessica Gunning la porta sullo schermo con un’interpretazione sfumata, che alterna momenti di tenerezza e disperazione a gesti di pura inquietudine. La sua ossessione è il sintomo di una solitudine abissale, di un dolore che si fa patologico e che, per quanto minaccioso, non può essere ridotto a una banale etichetta.
Baby Reindeer non si limita a raccontare una vicenda di stalking: scava nel rapporto sottile tra vittima e carnefice, nella vulnerabilità umana e nella responsabilità emotiva. Mostra come un’interazione, apparentemente insignificante, possa alterare il destino di due persone. Ma soprattutto invita a riflettere su quanto sia facile trovarsi dall’altro lato della barricata.
Il finale è un pugno nello stomaco, perché ribalta le prospettive e lascia spazio a una considerazione amara: il confine tra vittima e carnefice è più labile di quanto vorremmo credere. La fragilità, la sofferenza e il bisogno di essere visti possono generare mostri, e a volte la differenza tra chi perseguita e chi viene perseguitato è solo una questione di circostanze. O di fortuna.
Consigliato a...
Se amate le storie tratte da eventi reali che lasciano un segno profondo, Baby Reindeer è una visione obbligata. È una serie perfetta per chi cerca un thriller psicologico con un forte impatto emotivo, per chi vuole esplorare il lato più oscuro delle relazioni umane e per chi apprezza interpretazioni capaci di trasmettere ogni sfumatura del dolore, della paura e del senso di colpa. Una storia disturbante e magnetica, impossibile da dimenticare.
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Elisa Averna
17 mar 2025
In ALTRO
Signore e signori,
accogliamo con entusiasmo l'arrivo di una rivoluzione lessicale: basta con i vezzeggiativi per l'uomo di dubbia fedeltà! Niente più playboy, donnaiolo, latin lover, sciupafemmine (che poi, povere femmine, mica sono fazzoletti usa e getta). Il termine è uno e uno solo: PUTTANO.
Sì, avete capito bene. Quel signore che giura amore eterno e poi sparisce con la scusa delle sigarette? Puttano certificato. Quello che manda "Buongiorno" alla moglie e "Buongiornissimo" all'amante? Puttano DOCG. L'instancabile viaggiatore di lenzuola, che colleziona cuori infranti come figurine? Sua Maestà, il Granduca del Puttanesimo.
E non facciamo discriminazioni! C'è spazio per tutti in questo mondo: uomo etero, gay, fluido, pansessuale, demisessuale, o "sessuale quando capita", persone con un curriculum sentimentale degno di una soap opera brasiliana, lesbiche, uomini effemminati e donne mascolinizzate... E se c'è posto per tutti loro, c'è posto anche per il PUTTANO.
Definizione ufficiale del Puttano: Bipede di sesso maschile, ancora appartenente alla cultura patriarcale (ma con una spruzzata di modernità), il cui habitat naturale varia dalla chat su WhatsApp ai divanetti dei lounge bar. Dice di "uscire a comprare il latte" e torna con un alibi peggiore di un episodio di CSI. Come riconoscerlo? Lui è il PUTTANO: camicia sbottonata il giusto, sguardo magnetico e frase d'effetto sempre pronta ("Io e te siamo due anime che si rincorrono da secoli", peccato che corra dietro a venti anime diverse).
Ma attenzione: il mondo è inclusivo e accoglie con amore anche il Puttano 2.0, capace di flirtare con la disinvoltura di un poeta decadente, e con più contatti in rubrica di un call center.
Morale della favola? Finalmente abbiamo parole giuste per tutti!
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Elisa Averna
12 mar 2025
In FILM E SERIE TV
"Orange Is the New Black"
Dati principali
• Genere: Dramedy carceraria
• Creatore: Jenji Kohan
• Piattaforma: Netflix
• Ispirazione: Libro Orange Is the New Black: My Year in a Women's Prison di Piper Kerman
• Debutto: 11 luglio 2013
• Finale: 26 luglio 2019
• Stagioni: 7
• Episodi totali: 91
Premessa
E così ho finito di guardare anche questa serie TV, ambientata in un penitenziario femminile. Il mondo sospeso e favolistico di Chiamatemi Anna mi aveva scosso emotivamente per la profonda immedesimazione nel personaggio e per affinità molto forti, ma qui il trauma è di tutt’altra natura… Mi affascina analizzare la vita comunitaria nei “sistemi chiusi” e le dinamiche sociali che scaturiscono dalla segregazione coatta, ma molte scene erano forse troppo "forti" per me.... certi legami “particolari” tra le detenute sono rappresentati in modo così esplicito e dettagliato che, volgarità a parte, privano l’anatomia femminile di ogni grazia. È un’epoca in cui, per normalizzare l’omosessualità, la si inserisce ovunque, spesso in maniera eccessiva e quasi “violenta”… Detenute che entrano etero e diventano lesbiche in carcere, come se fosse un inevitabile rito di passaggio. Fame di affetto? Forse. Ma la facilità con cui avviene questo cambiamento mi è parsa poco convincente, insieme a molte altre ingenuità. Eppure, eccomi qui, in lacrime. C’è un tipo di lutto che non riguarda la perdita di una persona cara, ma la fine di un viaggio emotivo, la chiusura di una storia che ci ha accompagnato per anni. Quando una serie come Orange Is the New Black termina, lascia un vuoto, perché i suoi personaggi sono entrati nelle nostre vite, ci hanno fatto ridere, indignare, commuovere. Sono diventati quasi familiari, con i loro difetti e le loro speranze spezzate, e dire loro addio non è semplice.
Recensione
Il carcere di Litchfield, con le sue dinamiche brutali e i suoi momenti di umanità, non è solo uno sfondo narrativo, ma un microcosmo che offre uno specchio della società, dei suoi fallimenti e delle sue ingiustizie e dell’orribile corruzione delle istituzioni. Le dinamiche sociali si esasperano fino a diventare specchio deformato e amplificato della società esterna.
Ogni sistema di reclusione, che sia una prigione, un ospedale psichiatrico o un campo di prigionia, genera strutture di potere, gerarchie informali, economie sotterranee e meccanismi di sopravvivenza che ridisegnano le regole della convivenza umana. “Orange Is the New Black” si inserisce in questa tradizione di rappresentazione dei mondi chiusi, ma con una cifra stilistica che oscilla tra il dramma e la satira, la denuncia sociale e la narrazione seriale spettacolare.
La serie, ispirata come è noto al memoir di Piper Kerman, segue la vicenda di Piper Chapman, una donna della classe media bianca che finisce in carcere per un reato legato al traffico di droga commesso anni prima. Il suo ingresso a Litchfield è il pretesto per esplorare la quotidianità delle detenute, le divisioni etniche, il contrabbando, le alleanze e i conflitti che scandiscono la vita dietro le sbarre. Con il passare delle stagioni, il racconto si amplia, abbandonando la prospettiva privilegiata di Piper (per fortuna) per dare voce a un mosaico di personaggi di diversa estrazione sociale e culturale, facendo emergere storie di marginalità, ingiustizia e resistenza.
Uno degli elementi distintivi di “Orange Is the New Black” è la crudezza con cui affronta le relazioni all’interno del carcere: le difficoltà delle detenute nell’adattarsi alla reclusione, i rapporti di potere tra prigioniere e guardie, le lotte per la sopravvivenza in un ambiente ostile e il peso del passato che ognuna di loro porta con sé. Le scene di violenza, abuso e sesso sono esplicite non solo per un effetto shock, certo, ma anche per sottolineare la mancanza di privacy e il modo in cui il desiderio e il potere si intrecciano in un contesto chiuso.
La serie si concede diverse libertà narrative, in particolare riguardo al grado di autonomia e libertà di movimento delle detenute, spesso più simile a quello di un campus universitario che a una prigione di minima sicurezza. L’idea di una sorveglianza così blanda, con guardie facilmente manipolabili e spazi comuni gestiti quasi interamente dalle prigioniere, indebolisce in parte la credibilità del racconto.
Al centro della narrazione ci sono i legami tra le detenute, che si articolano in amicizie, amori, rivalità e alleanze strategiche. Le divisioni etniche sono uno dei cardini dell'equilibrio interno: le bianche, le afroamericane, le latine e le altre minoranze formano gruppi distinti, spesso in conflitto tra loro. Il carcere diventa un microcosmo in cui le tensioni razziali si riaccendono e le gerarchie si impongono con modalità che riproducono, in modo estremizzato, le divisioni sociali del mondo esterno. Accanto ai conflitti, però, emergono anche storie di solidarietà e connessioni profonde, che restituiscono un’immagine complessa e sfaccettata della condizione umana in un ambiente di reclusione.
Un altro aspetto centrale della serie, e qui devo ammettere catturato con molto realismo, è l’economia informale del carcere: il contrabbando di droga, telefoni, cosmetici e generi di conforto crea un mercato parallelo che sostituisce quello ufficiale, mentre le detenute trovano modi ingegnosi per aggirare le regole e migliorare le proprie condizioni di vita. Ma al di là degli aspetti più pittoreschi, Orange Is the New Black non dimentica di mostrare la disperazione che aleggia tra le mura di Litchfield: le speranze frustrate, le condanne ingiuste, l'abbandono da parte delle famiglie, la brutalità delle guardie e la corruzione del sistema penitenziario. E sì, non mancano scene molto commuoventi e tristi.
Le licenze narrative e gli elementi poco realistici sono ciò che ho apprezzato di meno: guardie che diventano direttori del carcere, detenute che palano tra loro in un furgoncino prima di un processo, passandosi informazioni e, ripeto, tante altre ingenuità. Anche la durata delle pene e le modalità con cui alcune protagoniste vengono incarcerate risultano a volte semplificate per favorire la narrazione. Tutte cose che insieme all’eccesso di scene hot tra detenute hanno compromesso in parte la credibilità della narrazione, rendendo alcune situazioni più simili a espedienti drammatici che a un ritratto autentico della vita in carcere. Se da un lato questi elementi servono a mantenere alta la tensione e l’intrattenimento, dall’altro rischiano, a mio avviso, di distorcere la percezione del sistema penitenziario, trasformandolo in un teatro di relazioni e colpi di scena più che in un ambiente rigidamente regolamentato e spesso privo di reali vie di fuga, fisiche o emotive. Detenute che entrano etero e diventano lesbiche in carcere come se fosse un rito di passaggio. Fame di affetto? Può darsi. Ma non mi ha convinto troppo la facilità con cui si possa passare dall’altra sponda.
Ammetto che la serie riesce comunque a bilanciare denuncia sociale e intrattenimento. Il grande merito è quello che riesce a mettere in luce le storture di un sistema che punisce senza riabilitare. I personaggi sfaccettati e la narrazione, che mescola ironia e tragedia, sono oggettivamente un ottimo modo di sensibilizzare il pubblico su tematiche come la brutalità del sistema carcerario, la recidiva e le difficoltà del reinserimento sociale.
Consigliatissimo, ovviamente a pubblico adulto per le scene di droga, sesse, abusi e violenza in generale.
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Elisa Averna
06 mar 2025
In FILM E SERIE TV
Oggi vi parlo di un film che non avevo in programma di vedere, ma che ha deciso di venire lui da me. Non ne avevo neanche mai letto la trama. E poiché l’imprevisto esercita sempre un certo fascino, mi sono lasciata trascinare. Mi sono seduta, ho spento il mondo e ho provato a lasciarmi coinvolgere.
“FolleMente” di Paolo Genovese parte da un’idea brillante: dare voce alle personalità interiori di un uomo e di una donna durante un primo appuntamento. Un concetto intrigante, capace di trasformare un momento comune in un gioco metacinematografico potenzialmente esilarante, dove il vero spettacolo non è l’incontro tra i due protagonisti, ma il chiacchiericcio incessante delle loro coscienze. Peccato che il gioco resti sulla carta, e la carta, almeno per me, risulti più spessa della sceneggiatura.
La messa in scena di questa battaglia interiore avrebbe potuto esplorare le dinamiche umane con raffinatezza, ironia e profondità. Invece, il film sceglie la via più comoda: l’accumulo di cliché sulle relazioni uomo-donna. Abbiamo il Professore razionale, Eros focoso, Romeo romantico e Valium ansioso da un lato; Giulietta sognante, Alfa determinata, Trilli seduttrice e Scheggia impulsiva dall’altro. Maschere più che personaggi, sagome di cartone che si agitano in una commedia degli equivoci costruita su stereotipi tanto abusati da risultare sfibranti. I battibecchi tra queste personalità avrebbero dovuto essere l’anima del film, il suo cuore pulsante e invece sono il suo limite: il botta e risposta si fa ripetitivo, le battute spesso piatte, incapaci di portare lo spettatore oltre la superficie.
Il cast fa il possibile per infondere vita in una struttura tanto rigida. Claudio Santamaria e Emanuela Fanelli si distinguono per tempi comici e presenza scenica, regalando qualche guizzo a una sceneggiatura che ne ha disperatamente bisogno. Ma anche il miglior attore può fare poco quando si trova a lottare contro un copione che offre macchiette anziché caratteri sfaccettati. Edoardo Leo e Pilar Fogliati, nei panni della coppia principale, si muovono con impegno, ma faticano a rendere credibili esitazioni e desideri di due personaggi più osservati che vissuti, più raccontati che realmente esplorati.
Il film, nel suo insieme, appare come un’occasione sprecata. L'idea era fertile, la realizzazione sterile. Qua e là si intravedono spunti visivi interessanti, come il recupero delle parole giuste dai cassetti della memoria – una trovata che regala qualche istante di poesia – ma il tutto si perde in una messinscena che non osa mai davvero. Si resta in superficie, ci si accontenta della battuta facile, della strizzata d’occhio, senza mai affondare il coltello nella complessità delle emozioni umane.
Alla fine, si esce dalla sala con un senso di leggerezza che non consola. Perché un film che aveva tutte le carte per essere brillante ha deciso di fermarsi a essere semplicemente carino. E no, non è abbastanza.
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Elisa Averna
18 feb 2025
In FILM E SERIE TV
Premessa
Mai avrei pensato di identificarmi così profondamente in un personaggio… eppure, tra film, libri, manga, anime, mai così. Chi mi ha conosciuto da bambina ha provato invano a farmi notare la somiglianza con Anna dai capelli rossi, vedendo in me certe attitudini e inclinazioni. Ma allora era solo un accenno, una suggestione che non avevo mai approfondito.
Poi, di recente, ho trovato la serie Chiamatemi Anna e mi sono detta: Va bene, dai, vediamola. E lì è stato uno shock. Rispecchiarmi così tanto in un personaggio fin dal primo istante…
Ed eccola, con le sue storie inventate sugli oggetti, i dialoghi immaginari, il legame viscerale con la natura, lo stesso modo di parlare, di entusiasmarsi, di drammatizzare ogni cosa, lo stesso senso di inadeguatezza in un mondo che sembra sempre chiedere meno di ciò che hai da offrire.
La sua fame di bellezza, la sua ostinata ricerca di significati, la sua incapacità di accettare l’ovvio senza prima averlo trasformato in qualcosa di "altro"… tutto risuonava in me con una familiarità disarmante. Come se, senza saperlo, avessi sempre avuto Anna dentro di me.
Oh cielo! E quella scena… Anna che legge poesie o racconta storie in cambio di monete. Lo facevo anch’io. Salivo sulla sedia e declamavo versi per pochi spiccioli, piccole scintille d’argento tra le mani. Stesse marachelle, stessa fame di meraviglia.
Sì, è stato uno shock, ma d’altronde, chi di noi non si è sentito quasi profanato nella propria intimità di fronte a un’immedesimazione così forte? Prima o poi accade a ognuno di noi. D'altronde, la fantasia attinge alla realtà, la ricompone, la amplifica. E all’improvviso ci troviamo a specchiarci in un mondo che, senza saperlo, era già nostro.
RECENSIONE
Avvicinarsi a questa storia è salire a cavallo di un universo e farsi accarezzare da una brezza d’infanzia, fatta di sogni scalpitanti, cieli sconfinati e parole che danzano nell’aria.
Anna dai capelli rossi nasce nel 1908 dalla penna di Lucy Maud Montgomery, che regala al mondo un’eroina indimenticabile: Anna Shirley, orfana dai capelli fiammeggianti e dall’immaginazione sfrenata, adottata per errore da due fratelli anziani, Marilla e Matthew Cuthbert, a Green Gables, una fattoria immersa nella dolce malinconia dei paesaggi dell’Isola del Principe Edoardo, in Canada. Una terra di boschi e radure, dove la natura sembra respirare con l’anima stessa della protagonista.
La serie Chiamatemi Anna prende questo mondo e lo espande con uno sguardo contemporaneo, senza tradire la magia dell’originale. L’Anna di Amybeth McNulty è un piccolo sole che scalda tutto ciò che tocca: impetuosa, brillante, traboccante di parole e sogni, capace di sollevare un universo con una sola frase. C’è Marilla, severa e pragmatica, che cela dietro il rigore un affetto profondo; c’è Matthew, il silenzio gentile di un uomo che ama senza bisogno di dirlo. E poi Gilbert Blythe, la sfida e il conforto, il riflesso di Anna nel tempo.
Questa storia non è solo crescita e avventura, ma un’ode alla diversità, all’ardore delle passioni giovanili, alla lotta per essere accettati. Chiamatemi Anna racconta la bellezza di essere fuori posto, di sentirsi straripanti in un mondo che chiede misura, di trovare casa non in un luogo, ma nelle persone che ci scelgono.
Guardarla è come tornare bambini per un istante, quando la vita si illuminava con un tramonto sui campi e un nome inventato poteva rendere tutto più magico. Un racconto di appartenenza e sogni, un inno all’anima inquieta di chi sa vedere oltre la siepe del reale.
CONSIGLIATO A...
Per quanto oggi abbia poco senso parlare di target maschile o femminile, e per quanto le storie dovrebbero essere per tutti, fatico a consigliare Anna dai capelli rossi a una mente troppo pragmatica, a chi ha paura di perdersi nell’inutile bellezza di un tramonto, a chi non sa indugiare in una parola fuori posto solo perché suona bene.
Questa storia è per chi si lascia incantare dalle possibilità della fantasia, per chi non ha paura di farsi domande e di smarrirsi un po’ nelle risposte. È per chi riconosce la poesia nascosta nelle piccole cose, per chi sente il bisogno di dare un nome agli alberi e di intessere conversazioni con il vento.
La consiglio a chi si è sentito, almeno una volta nella vita, fuori posto. A chi ha dovuto lottare per essere accettato, a chi ha coltivato sogni troppo grandi per la realtà in cui era immerso. A chi crede nell’amicizia come promessa solenne e nell’amore come incontro di anime affini.
E, soprattutto, a chi non ha mai smesso di stupirsi.
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Elisa Averna
17 feb 2025
In ALTRO
Che sofferenza! Va bene dai, proverò a essere diplomatica, ma trattare un tema simile è da ulcera garantita! E poi che malinconia mette pensare ai tempi passati! E sì, perché oggi tutto è cambiato. Una volta il rap era il megafono della strada, il linguaggio brutale ma autentico di chi non aveva altri strumenti per raccontare il proprio inferno quotidiano. Oggi, invece, la trap sembra un’ostentazione puerile di ricchezze immaginarie, un’autocelebrazione vuota, l’ennesima parodia del sogno americano in salsa social. Da Eminem a Inoki, passando per Neffa, il confronto con l’attuale generazione di ‘trapper’ è impietoso.
L’epopea del disagio è divenuta una pantomima grottesca. Nel 1999, quando Eminem pubblicava The Slim Shady LP, il mondo del rap era ancora intriso di una poetica della sopravvivenza: un mix di nichilismo e rivalsa, di violenza e autoironia. I suoi versi erano rasoiate d’intelligenza, un linguaggio caustico e spesso politicamente scorretto che sapeva trasformare il dolore in una forma d’arte brutale e raffinata al tempo stesso. Nello stesso periodo, in Italia, artisti come Neffa e Inoki declinavano il verbo dell’hip hop con la sensibilità di chi conosceva bene le strade e la loro grammatica. Neffa, con Neffa & i messaggeri della dopa, cuciva atmosfere jazzate e liriche introspettive, mentre Inoki rappresentava l’anima ribelle e battagliera, lontana da ogni compromesso.
Qual è il ruolo del rapper oggi? No, non più quello del poeta maledetto ma dell’ influencer cafone! Oggi il rap si è dissolto in un’orgia di autotune e lustrini, sostituito da un sottogenere che sembra più una caricatura del gangsterismo che una reale testimonianza di vita. La trap ha svuotato il messaggio e lo ha riempito di banalità: macchine di lusso, orologi scintillanti, droghe leggere e pesanti, soldi sventolati come fazzoletti da salotto. Non si racconta più il degrado, lo si spettacolarizza. Il dolore è diventato una merce, il linguaggio si è appiattito, ridotto a un florilegio di stereotipi da manuale di marketing. I nuovi “poeti urbani” non denunciano più, non raccontano più la propria storia: si limitano a ripetere la stessa formula preconfezionata, un algoritmo musicale che garantisce views e followers. La loro “credibilità” si misura a suon di sponsorizzazioni su Instagram e featuring con chiunque abbia un minimo di hype. Se il rap era il diario di un guerriero, la trap è la vanity fair del bulletto di quartiere.
È un problema solo italiano? No, il fenomeno è globale. Se negli anni ‘90 il rap rappresentava un’urgenza espressiva, oggi la trap è il riflesso di una generazione che ha scambiato il senso con l’apparenza. La rivoluzione digitale ha trasformato il linguaggio e con esso, ahimè, anche il pubblico: chi ascoltava Eminem o Inoki cercava un’eco della propria rabbia, chi ascolta la trap vuole solo un sottofondo per esibire il proprio nulla esistenziale. Troppo severa? Forse. Le eccezioni alla regola esistono sempre. La domanda però rimane: possiamo ancora sperare in un ritorno alla sostanza? Oppure il destino della musica urban è quello di rimanere una colonna sonora per reels e TikTok, una sequenza di cliché vuoti e autoreferenziali? La risposta, forse, è già nella differenza tra una rima di Inoki e un ritornello di un qualsiasi trapper di grido. Il primo scriveva poesie metropolitane, i secondi giocano a fare i gangster su Instagram.
Forse, prima o poi, il pubblico si stancherà di questa plastica sonora. Oppure, più probabilmente, la musica rap è morta e noi non ce ne siamo nemmeno accorti.
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Elisa Averna
13 feb 2025
In FILM E SERIE TV
Titolo originale: Alias Grace
Anno: 2017
Paese: Canada
Genere: Drammatico, Storico, Thriller psicologico
Ispirazione: Tratto dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood
Regia: Mary Harron
Sceneggiatura: Sarah Polley
Numero episodi: 6
***
L’Altra Grace ha polarizzato completamente la mia attenzione. Da appassionata di storie ambientate nell’Ottocento, ho trovato in questa miniserie un livello di profondità narrativa e visiva raramente eguagliato. Il contesto storico – il Canada vittoriano, un’epoca segnata da rigide gerarchie sociali e da un’opprimente morale puritana – è reso con straordinaria maestria. L’ambientazione non è mai un semplice sfondo decorativo, ma un elemento vivo, capace di trasmettere il senso di prigionia, fisica e psicologica, che avvolge la protagonista.
La narrazione si sviluppa attraverso i racconti della stessa Grace, che ricostruisce la propria vita per il dottor Simon Jordan, un medico affascinato dal suo caso. Condannata per un efferato duplice omicidio, la giovane donna ripercorre la sua esistenza segnata da povertà, ingiustizie e incontri determinanti. Ma il suo resoconto è attendibile? Attraverso una struttura narrativa frammentata tra presente e passato, la serie trascina lo spettatore in un labirinto di ricordi, testimonianze e suggestioni, lasciando che la verità rimanga sempre un passo più in là.
A livello cinematografico, L’Altra Grace, a mio avviso, si distingue nettamente da molte altre produzioni in costume che, pur curando i dettagli visivi, finiscono per appiattire l’epoca in una sterile estetica da cartolina. Qui non c’è traccia di quell’effetto patinato che spesso affligge le serie storiche meno riuscite, dove tutto sembra artificiosamente levigato e privo di vita. Al contrario, la regia e la fotografia restituiscono un Ottocento autentico, con luci calde e soffuse che avvolgono interni angusti e ombre che sembrano custodire segreti inconfessabili. L’atmosfera è pervasa da un senso di inquietudine, un realismo che rende ogni scena vibrante e credibile. Tutto il contrario di quello che succede, per esempio, nella serie Bridgerton, direi "offesiva" per chi ha quel minimo di nozioni storiche per non apprezzarne gli svarioni (troppi, davvero troppi, e non giustificati dalla "fantasia". (La serie si presenta come un dramma in costume, ma di storico ha ben poco, se non qualche corsetto infilato a caso tra una libertà narrativa e l’altra. L’accuratezza è sacrificata sull'altare dell’estetica pop e della diversità forzata, creando un pastiche che sembra più un ballo in maschera di Disneyland che un’ambientazione Regency credibile. Pessima, impossibile da recensire: dialoghi scadenti... Non riesco a salvare niente!). Meglio tornare a parlare del "gioiellino" de "L'Altra Grace".
Ciò che davvero distingue questa serie è la sua capacità di fondere il fascino del racconto storico con un’indagine psicologica di rara intensità. L’Altra Grace non si limita a rievocare un’epoca, ma ne esplora le dinamiche di potere, la violenza sotterranea e la condizione della donna in un mondo che la riduce a un oggetto di giudizio e controllo.
La miniserie, tratta dal romanzo di Margaret Atwood, è un’opera che sfida lo spettatore a interrogarsi sulla natura della verità e dell’identità. Attraverso una narrazione stratificata e ambigua, la storia esplora il confine sfumato tra colpa e innocenza, realtà e proiezione, lasciando emergere un ritratto inquietante della condizione femminile nell’Ottocento.
Il titolo L’Altra Grace (una delle prime cose che mi ha incuriosito) riflette il tema centrale della miniserie e del romanzo: la duplicità della protagonista e l’ambiguità della sua identità. La storia di Grace Marks (interpretata divinamente da Sarah Gadon) non è mai univoca, ma si frammenta tra versioni contrastanti, ipotesi psicologiche e proiezioni altrui. Grace appare sempre come un enigma: è vittima o carnefice? Una giovane ingenua trascinata in un crimine o una manipolatrice scaltra? La verità su di lei è sfuggente, proprio come la sua personalità. L’“altra” Grace del titolo potrebbe essere la parte di sé che rimane nascosta, quella che solo lei conosce o che forse nemmeno lei riesce a distinguere.
Un momento cruciale della serie è la seduta di ipnosi condotta da Jeremiah, in cui sembra emergere un’altra personalità dentro di lei: Mary Whitney, la sua amica morta. Questo episodio solleva domande inquietanti. Grace è posseduta dallo spirito di Mary, come crede la mentalità superstiziosa dell’epoca? Oppure soffre di un disturbo dissociativo, sviluppato per difendersi dai traumi subiti? Se così fosse, l’“altra” Grace sarebbe una parte della sua psiche creata per sopravvivere. Grace è anche una donna che non può mai essere davvero se stessa: gli uomini di potere la definiscono, la giudicano, la trasformano in un simbolo. Per la stampa è un mostro, per i suoi difensori un’innocente perseguitata, per il dottor Jordan un enigma da risolvere e un oggetto di desiderio. L’“altra” Grace potrebbe essere quella costruita dagli altri, l’immagine che la società proietta su di lei senza mai conoscere la sua vera essenza. Chissà!
Il destino del dottor Jordan è emblematico: partito con la presunzione di svelare il mistero di Grace, finisce per esserne inghiottito. La sua caduta non è solo quella di un uomo, ma di un’intera visione del mondo che crede di poter ridurre l’essere umano a una diagnosi, a una categoria definita. La sua deriva catatonica è il sigillo di una sconfitta intellettuale ed esistenziale.
Lo spettatore rimarrà con il mistero di una donna che non è mai una sola, ma molteplici figure sovrapposte. Il romanzo e la serie non offrono una verità definitiva: lasciano aperta la possibilità che Grace stessa non sappia chi sia davvero, persa tra le molteplici versioni di sé create dalla memoria, dalla paura e dal giudizio degli altri.
Consigliato a...
Consigliato a chi ama le storie enigmatiche, i ritratti psicologici complessi e le opere che sfidano la percezione della realtà.
Attenzione: c’è una scena cruenta che mostra l’uccisione di un animale. Essendo preannunciata dalla sceneggiatura, chi, come me, fatica ad accettare questo tipo di immagini può facilmente evitarla, saltando la scena e risparmiandosi l’orrore.
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Elisa Averna
11 feb 2025
In FILM E SERIE TV
Titolo originale: La cocinera de Castamar
Anno: 2021
Episodi: 12
Basata su: La cocinera de Castamar, romanzo di Fernando J. Múñez
Regia: Iñaki Peñafiel, Norberto López Amado
Cast principale: Michelle Jenner (Clara Belmonte), Roberto Enríquez (Diego de Castamar), Hugo Silva (Enrique de Arcona), Fiorella Faltoyano (Marchesa Mercedes), Jean Cruz (Gabriel de Castamar)
Genere: Dramma storico, romantico
Contesto storico
La storia è ambientata nella Spagna del Settecento, durante il regno di Filippo V, un’epoca segnata da rigide gerarchie sociali, splendore aristocratico e profonde disuguaglianze. Nei grandi palazzi nobiliari, tra sontuosi banchetti e intrighi di corte, si decidevano le sorti di chi era nato per comandare e di chi, invece, viveva nell’ombra del servizio. La pena di morte era una pratica diffusa, il potere della Chiesa influenzava ogni aspetto della vita e le donne erano spesso relegate a matrimoni di convenienza o a ruoli marginali. Sullo sfondo, un regno che oscillava tra tradizione e riforme illuminate, mentre nei salotti aristocratici si sussurravano segreti e passioni proibite.
Recensione
Confesso che mi sono accostata a La cocinera de Castamar con un certo scetticismo. Le storie ambientate in un Settecento carico di intrighi, amori proibiti e giochi di potere tra aristocratici e servitù spesso scivolano nella ripetizione degli stereotipi più logori: il nobile tormentato dal passato, la giovane virtuosa e di umili origini, il rivale pronto a tutto per la rovina del protagonista, la spregiudicata donna fatale che tesse trame pericolose. Elementi che, se non sostenuti da una narrazione avvincente e da una resa visiva impeccabile, rischiano di trasformarsi in un racconto dal sapore già digerito. Eppure, nonostante l'intreccio si riveli sin dall'inizio privo di reali colpi di scena, questa serie spagnola possiede un'attrazione magnetica che inchioda lo spettatore.
La storia ruota attorno a Clara Belmonte (interpretata con grazia e delicatezza da Michelle Jenner), una giovane cuoca di straordinario talento che trova rifugio nelle cucine della grande casa di Castamar. Segnata da un trauma infantile che le ha lasciato una profonda agorafobia, Clara si muove nel chiuso degli spazi con una grazia quasi eterea, trasmettendo il suo mondo interiore attraverso la cucina. Il duca di Castamar, Diego (Roberto Enríquez), uomo di profonda malinconia e di aristocratica compostezza, è intrappolato tra il peso di un giuramento fatto alla defunta moglie e l’irrefrenabile attrazione per la giovane cuoca. Un amore impossibile, certo, eppure raccontato con una delicatezza tale da renderlo credibile, al di là della prevedibilità della sua evoluzione.
La tensione narrativa è alimentata dagli intrighi della marchesa Mercedes (Fiorella Faltoyano), figura affascinante e spietata, capace di tessere trame con l’eleganza di un ragno. Il suo amante e complice, Enrique de Arcona, incarna il perfetto antagonista: manipolatore, ambizioso, dotato di un'astuzia che lo rende temibile fino all’ultimo istante. Accanto a loro, il fratello adottivo del duca, Gabriel, uomo di colore cresciuto in un mondo che non lo accetta, porta sulle spalle il peso del pregiudizio e della violenza, diventando una delle figure più toccanti della serie.
A rendere ancora più intenso il racconto è la messa in scena sontuosa, che restituisce con precisione l’atmosfera del Settecento spagnolo, tra sontuose residenze aristocratiche e ambienti della servitù curati nei minimi dettagli. I costumi, i banchetti, le etichette di corte e le rigide divisioni sociali sono tratteggiati con un rigore che dona autenticità alla narrazione, pur nel contesto di un melodramma storico. Ma attenzione: la serie non è priva di momenti disturbanti, in particolare per chi ha una sensibilità verso il mondo animale. Alcune scene, che riflettono la crudeltà della società dell’epoca, possono risultare difficili da sostenere. Personalmente ho dovuto chiudere gli occhi in più occasioni.
La cocinera de Castamar è un'opera in cui la prevedibilità della trama è riscattata dalla potenza emotiva dei personaggi e dall'eleganza della messa in scena. Non sorprende, eppure coinvolge. Non innova, eppure seduce. Si potrebbe dire che sia come un piatto classico, il cui sapore si conosce già, ma che, preparato con la giusta maestria, riesce a conquistare anche il palato più esigente.
Effetti collaterali
In La cocinera de Castamar si versano così tante lacrime in certe scene da poter irrigare i giardini del palazzo reale. Tra sospiri struggenti, occhi lucidi e addii sussurrati sotto candelabri dorati, ogni scena sembra sfidare la resistenza emotiva dello spettatore. Ma d’altronde, gli spagnoli sanno bene come intrecciare amore e tragedia, servendoli con la stessa intensità di un bicchiere di Rioja in una notte di festa.
Consigliato a...
Agli amanti dei drammi storici in costume, a chi apprezza le storie di amori impossibili e intrighi di corte e a chi cerca una serie visivamente raffinata con una forte componente emotiva.
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Elisa Averna
22 gen 2025
In FILM E SERIE TV
Quando ho deciso di vedere Midsommar, ero consapevole che non sarebbe stato un film facile. Ari Aster, già noto per l’inquietante Hereditary, mi ha trascinato in un viaggio visivo e psicologico che ha lasciato un segno profondo. Il film si presenta come un dramma horror che, sotto la superficie, cela un’indagine brutale sulle dinamiche di manipolazione, sull’isolamento emotivo e sul bisogno umano di appartenenza.
La trama ruota attorno a Dani, una giovane donna devastata da una tragedia familiare, e al suo fidanzato Christian, la cui relazione già vacillante si incrina ulteriormente quando, insieme a un gruppo di amici, si recano in una remota comunità svedese per un raro festival di mezza estate. Quello che inizia come un’esperienza bucolica e affascinante si trasforma gradualmente in un incubo ritualistico, dove la comunità, sotto l’apparente armonia, rivela una struttura gerarchica rigida e inquietante.
Il tema della manipolazione è centrale: Dani, fragile e in cerca di conforto, diventa il bersaglio ideale di una setta che, attraverso riti e tradizioni, la seduce in un processo di progressiva alienazione. Ho trovato straordinaria la capacità di Aster di rappresentare come il condizionamento collettivo possa smantellare la percezione individuale, portando persino gli atti più estremi a sembrare inevitabili e giustificati. Dani non è semplicemente vittima, ma parte attiva di una trasformazione che culmina in un finale tanto catartico quanto disturbante.
Aster utilizza la regia con un virtuosismo ipnotico. I movimenti di macchina sinuosi e i colori abbaglianti, che illuminano ogni scena, creano un contrasto spiazzante tra la luce onnipresente del villaggio e le tenebre emotive che si insinuano nel cuore dello spettatore. Ho percepito una sensazione claustrofobica che sembrava impossibile in spazi così aperti: un’illusione magistralmente costruita, un’altra forma di manipolazione che ci coinvolge direttamente.
Uno degli aspetti che mi ha affascinato di più è l’accuratezza antropologica del film. Ogni dettaglio – dai costumi, alle decorazioni, ai simboli runici – è studiato per evocare un senso di autenticità. Le tradizioni della comunità sono radicate in un paganesimo arcaico che esalta la ciclicità della vita e della morte, trasformando anche la violenza in un atto sacro e inevitabile. In questa visione, ogni individuo è solo una parte di un ingranaggio più grande e il sacrificio personale diventa una forma di devozione assoluta.
La colonna sonora, quasi interamente acustica, è un altro elemento che amplifica il senso di inquietudine. I suoni stridenti e innaturali sembrano perforare la mente, accentuando il disagio in modo quasi fisico. Ogni nota sembra sincronizzata con il battito del cuore, fino a farlo sussultare nei momenti più intensi.
Midsommar non è un film che si segue per la trama: è un’esperienza immersiva, costruita sull’angoscia che ogni singola scena trasmette. Mi sono sentita parte del rituale, testimone impotente di un’escalation di eventi che sfidano il nostro concetto di moralità.
Non è un film per tutti, lo ammetto. Ma per chi sa leggere tra le righe, per chi vuole riflettere su quanto siamo vulnerabili al bisogno di essere accettati, Midsommar è un’opera da vedere e da sviscerare. È una discesa nel baratro della mente umana, dove l’orrore non è altro che lo specchio deformato delle nostre debolezze più profonde.
Approfittando del tema affrontato da Midsommar, è inevitabile riflettere su come riconoscere le dinamiche delle psico-sette, che spesso si insinuano anche in contesti apparentemente innocui, come gruppi di lavoro o associazioni. Un primo campanello d’allarme è il linguaggio manipolativo, come quando un leader afferma: “Siamo una famiglia”. Questo senso di appartenenza può sembrare accogliente, ma per le menti più vulnerabili, soprattutto chi vive un disagio emotivo o un momento di fragilità, diventa una trappola.
Le psico-sette sfruttano il bisogno umano di connessione, offrendo un’illusoria protezione e sicurezza. In cambio, però, chiedono fedeltà assoluta, soffocando gradualmente il pensiero critico e la libertà individuale. L’isolamento dagli affetti esterni, l’obbligo di conformarsi a regole rigide e la delegittimazione delle emozioni personali sono altri segnali da non ignorare.
Midsommar ci ricorda quanto sia facile cadere in queste dinamiche, ma anche quanto sia essenziale saperle riconoscere per proteggersi. Il vero antidoto è mantenere sempre vigile il proprio senso critico, senza cedere al bisogno di appartenenza a scapito della propria autonomia.
CONSIGLIATO A...
Consiglio Midsommar a chi ama i film che vanno oltre il semplice intrattenimento, a chi è disposto a farsi interrogare su temi complessi come la manipolazione, il condizionamento collettivo e il bisogno umano di appartenenza. È un’opera che richiede sensibilità e un certo bagaglio culturale per coglierne le sfumature antropologiche e simboliche.
Tuttavia, per le sue scene di violenza esplicita e i momenti di scene di sesso ritualizzate, non è adatto a un pubblico di età inferiore ai 14 anni o a chi potrebbe sentirsi particolarmente turbato da contenuti estremi. Midsommar non è solo un film: è un’esperienza che lascia il segno, ma va affrontata con la giusta preparazione.
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Elisa Averna
18 gen 2025
In ALTRO
L'immagine è stata realizzata con AI
DIZIONARIO DELLE PAROLE MANCANTI Aggiornato il 18 gennaio 2025
Benvenuti nel regno delle parole improbabili ma irresistibili! Questo non è un dizionario qualunque: è un inno alla fantasia, un rifugio per giochi di parole e una celebrazione dell’assurdo quotidiano. Qui troverete termini che sembrano usciti da un sogno (o da un incubo) e che, pur non essendo mai esistiti, vi sembreranno indispensabili per descrivere la vita con più ironia.
Cosa troverete sfogliando queste pagine immaginarie?
• Parole che potrebbero risolvere dispute linguistiche tra pigri e pignoli.
• Definizioni che finalmente descrivono quel momento imbarazzante in cui ti incastri nei tuoi stessi pensieri.
• Termini che rendono giustizia alle stranezze del mondo, tipo il “patatracchico” o il “pigriota.”
Questo dizionario non pretende di essere utile, ma promette di strapparti un sorriso e, chissà, magari di diventare il tuo compagno di follie linguistiche. Perché, diciamocelo, se le parole possono essere inventate, allora perché non divertirci a farlo?
Preparati a tuffarti in un mare di fantastistranezza, perché queste parole, che non esistevano, ora esistono. E sono qui per restare!
A
Accartossionista
Sostantivo maschile e femminile. Figura intrigante e metodica, diversa dall’accumulatore seriale: l’accartossionista è un autentico maestro dell’archiviazione sentimentale. Conserva oggetti che per la maggior parte delle persone sarebbero pura spazzatura, come biglietti del cinema del 1998, scontrini scoloriti di gelati estivi, o confezioni vuote di biscotti che "hanno una bella grafica".
Ma attenzione: l’accartossionista non è disordinato né trasandato. Ogni oggetto è perfettamente catalogato e custodito, spesso in scatole trasparenti con etichette dettagliate. Non conserva per necessità, ma per una visione del futuro: "Non si sa mai, potrebbe servire per un progetto creativo, una lezione di vita o una crisi esistenziale."
Esempi di vita vissuta:
• "Non butto questa bottiglia di vetro, potrebbe diventare un lampadario!"
Arrabbiottico
Individuo che si arrabbia per ogni sciocchezza ma che non riesce mai a farsi prendere sul serio perché è troppo comico.
B
Brontolupo
Individuo che si lamenta incessantemente, ma sempre con una vociona che sembra provenire da un lupo mannaro.
C
Cazzanotizia
Informazione palesemente falsa che qualcuno racconta con la sicurezza di un premio Nobel, tipo “Lo sapevi che i gatti non sognano?”.
Cialdagnaro
Persona che racconta bugie fragranti come cialde, ma che si sgretolano al primo dubbio.
D
Dormantico
Romantico sognatore che passa più tempo a dormire che a dichiararsi.
Dormivago
Persona che vaga per casa in uno stato di semicoscienza, con la coperta addosso, in cerca di cibo o significato nella vita.
Drammatile
Persona che costruisce castelli di dramma partendo da un granello di sabbia.
E
Esuberlo
Colui che, nel suo entusiasmo esagerato, rende qualsiasi cosa imbarazzante, come cantare "Tanti auguri" in un ristorante affollato.
F
Freganente
Individuo totalmente indifferente a tutto, anche a un’apocalisse imminente: "Tanto domani è lunedì comunque".
G
Grattarane
Chi cerca sempre di cavarsela facendo il minimo indispensabile, "grattando" il fondo delle proprie energie.
Grugnottimo
Commento sarcastico che suona come un grugnito, ma nasconde un pizzico di approvazione.
Gufortunato
Una persona che sembra perseguitata dalla sfortuna, ma che inspiegabilmente riesce sempre a cavarsela con un colpo di fortuna improvviso.
H
Holafobia
La paura irrazionale di incontrare qualcuno che conosci e dover scambiare due chiacchiere.
I
Ignorantista
Chi si vanta della propria ignoranza come se fosse una filosofia di vita. “Io i libri non li leggo, preferisco imparare dalla strada.”
L
Lamentigusto
Persona che si lamenta di ogni cosa, ma che sembra provare un piacere perverso nel farlo.
M
Malavoglionista
Campione del mondo nell'arte di rimandare qualsiasi impegno, con la scusa che “non è il momento giusto”
Merdaviglia e Merdaviglioso
L'esatto opposto della meraviglia: quella sensazione di totale sconforto misto a stupore, come quando entri in casa e scopri che il gatto ha rovesciato il vaso della tua pianta preferita. La merdaviglia è l’arte di essere sopraffatti da qualcosa di così orribile da essere quasi affascinante, tipo un film talmente brutto che non riesci a smettere di guardare.
Merdaviglioso
Qualifica situazioni, oggetti o eventi che raggiungono un livello così epico di disastro da risultare indimenticabili. Esempio: "Hai visto che pioggia torrenziale proprio oggi che avevo il bucato steso? Che giornata merdavigliosa!"
Curiosità
Il termine è nato nel 2000, durante un dialogo illuminante con il mio vicino di casa. Mi chiese come stessi in un giorno particolarmente "no" e, senza pensarci troppo, risposi: "Una merdaviglia!" Da allora, questa parola è diventata l'emblema perfetto per descrivere i momenti tragicomici della vita. 😏
Muffignoto
Oggetto dimenticato in fondo a un cassetto che, una volta ritrovato, è ricoperto da una patina di mistero (e muffa).
N
Nerdestro
Colui che sa tutto di qualsiasi argomento geek, ma non sa nemmeno accendere il forno di casa.
Nottamburlo
Sostantivo maschile e femminile. Indica quella persona che, di notte, non riesce a starsene tranquilla e si muove per casa facendo rumori che sembrano orchestrati da un’intera banda di tamburi.
Caratteristiche distintive:
• Sbadigli sonori che echeggiano come ruggiti.
• Passi pesanti che trasformano il pavimento in un palco di legno.
• Apertura di cassetti che suona come un assolo di percussioni.
Esempi pratici:
• Alle 2 di notte decide di cercare "quella maglietta blu" che non trova da anni, svegliando l’intero condominio.
• Si prepara un tè notturno, facendo cadere il cucchiaino nel lavandino almeno tre volte.
• Mentre tutti dormono, pensa bene di spostare i mobili "perché domani non avrò tempo".
Il nottamburlo non è malintenzionato: semplicemente non conosce il concetto di "silenzio notturno".
O
Onnijuvero
Tifoso sfegatato della Juventus, un vero e proprio onnivoro in fatto di Juve: ingurgita notizie, statistiche, cronache e aneddoti sulla sua squadra con la voracità di un bisonte al buffet. Quando vede un pallone o sente anche solo un accenno al calcio, retrocede all'età infantile, emettendo gridolini di gioia e sfoggiando il suo primo sorriso da latte.
Il problema?Parla quasi esclusivamente di calcio e della Juve. Quindi, se la giornata durasse 48 ore, 46 sarebbero dedicate a dibattiti su rigori contestati, fuorigioco millimetrici e "il più grande gol mai segnato nella storia dell'universo (da un bianconero, ovviamente)."
Nota di colore:
L’Onnijuvero è il sogno proibito di telecronisti e venditori di sciarpe, ma un incubo per chi osa nominare altre squadre in sua presenza.
Oziolosofo
Persona che giustifica la propria pigrizia trasformandola in una profonda riflessione esistenziale. Per l’oziolosofo, non è questione di non voler fare nulla, ma di voler contemplare il senso della vita senza distrazioni... sdraiato sul divano.
Esempi pratici
• "Non sto rimandando il lavoro, sto riflettendo sul perché lavoriamo."
• "Alzarmi per rispondere al telefono? No, preferisco dedicarmi al silenzio come atto meditativo."
• "La montagna? È lì da milioni di anni, non ha bisogno che io la conquisti."
Nota di colore
L’oziolosofo è il parente intellettuale del pigriota, ma con un tocco di snobismo. Può convincere chiunque che guardare gli altri agire senza fare niente sia una forma d’arte.
P
Pantagrullo
Persona che si lamenta continuamente, ma lo fa con talmente tanta enfasi da sembrare comica.
Patatracchico
Evento disastroso, ma così assurdo da far ridere, come scivolare su una buccia di banana con stile.
Pessimevole
Evento così pessimo che ti lascia comunque un pizzico di ammirazione per quanto sia stato unico nel suo genere.
Pettegolazione
Discussione animata e apparentemente profonda su fatti irrilevanti, come la nuova tinta della vicina di casa.
Pigriota
Fusione esplosiva di "pigro" e "idiota", descrive con estrema precisione quella persona che, per pigrizia, compie azioni talmente assurde da lasciare senza parole. Esempi classici: dopo aver perso un calzino in lavatrice, preferisce buttare l'altro perché "trovarlo è uno sbatti cosmico". Rifiuta di lavare i piatti, usando lo stesso bicchiere per acqua, caffè, vino e, alla fine, minestra: "Tanto è tutto liquido". Il mago del bricolage: La sedia si rompe? Non la ripara, la inclina contro il muro e la usa così: "Ora è ergonomica". Il minimalista delle pulizie: cade del cibo sul pavimento? Non pulisce, ma sposta il tappeto sopra: "Ora è tutto in ordine".
Nota di colore
Il pigriota non è solo pigro, è un artista dell'inutile: riesce a complicare anche le cose più semplici pur di evitare uno sforzo. Ma, in fondo, bisogna ammettere che è un po' un genio del "non fare assolutamente nulla."
Q
Quasigiusto
Sostantivo maschile e femminile. Persona che ha un’idea vaga di ciò che è corretto, ma che non si sforza troppo di verificarla, preferendo risposte approssimative con la stessa sicurezza di un esperto.
Caratteristiche principali:
• Usa frasi come: "Sono sicuro che sia così... più o meno."
• Risolve i problemi con soluzioni che "dovrebbero funzionare", anche se non funzionano.
• Si vanta di conoscenze imprecise ma convincenti: "L’equatore? Sta tipo a metà tra l’India e l’Antartide, no?"
Esempi pratici:
• Quando assembla un mobile IKEA, esclama: "Questa vite va qui... più o meno."
• Durante una discussione dice: "Ho letto da qualche parte (forse su Facebook) che è così!"
• In cucina crea ricette senza misurare gli ingredienti, ma con la convinzione di essere un grande chef: "Una manciata di sale è sufficiente... forse."
Nota di colore:
Il quasigiusto non sbaglia mai del tutto, ma non azzecca mai del tutto: vive nell’affascinante limbo del “più o meno”.
Quokkonauta
Esploratore instancabile del regno della convivialità, il quokkonauta è una persona che ama il cibo, le risate in compagnia per il piacere di condividere. Prendendo ispirazione dal "quokka", questo curioso marsupiale ghiottone e conviviale del mondo umano si distingue per:
-Mascelle in costante movimento, che sembrano avere una vita propria. Che sia un aperitivo improvvisato o una cena di cinque portate, il quokkonauta si assicura che nessun piatto resti non esplorato.
-Convivialità contagiosa: è l’anima della tavolata, capace di trasformare una cena qualunque in una festa indimenticabile.
-Edonismo con generosità: non solo assaggia tutto, ma condivide con entusiasmo, convinto che "la gioia del cibo è moltiplicata dalla compagnia".
Esempi pratici:
È quello che organizza una "serata pizza" e finisce per ordinare anche sushi, tacos e dolci, perché “ci vuole varietà”.
In vacanza, esplora i ristoranti con la dedizione di un cartografo. Condivide il suo dessert con tutti, anche se chiaramente vorrebbe mangiarlo da solo.
Curiosità:
Il quokkonauta è un inno vivente alla celebrazione della vita, capace di rendere ogni pasto un’avventura. Non si sa mai quando smetterà di mangiare, ma si sa per certo che lo farà con un sorriso che contagia tutti.
R
Razionagico e Irrazionagica.
Razionagico: Uomo del segno della Vergine, precisissimo e analitico, che vive secondo il principio che ogni cosa deve essere spiegata in modo razionale. Le coincidenze per lui non esistono: tutto ciò che non si può spiegare con la logica è semplicemente casuale, nulla più. Se gli parli di "destino", ti guarderà con la stessa espressione con cui si guarda un bug del software. Razionagico è la fusione tra "razionale" (un uomo che ha sempre la risposta giusta) e "logico" (che cerca di mettere ordine nell’universo).
Irrazionagica: Donna dell'Acquario, maestra nell'arte di trovare connessioni tra eventi che non sembrano avere nulla in comune, purché possa giustificarle con la sua personale logica, che non segue regole matematiche ma il flusso libero della mente. Se parli con lei di coincidenze, è pronta a lanciarti in una lunga e appassionata dissertazione sul "principio di causalità", dove ogni piccolo accadimento è il risultato di un intreccio cosmico che sfugge alla ragione comune. Per lei, il caso non esiste: ogni calzino spaiato è il segno di un'invisibile forza dell'universo che agisce sul suo percorso. Non si arrenderà mai all’idea che il calzino sia solo stato perso nel lavaggio. No, ha già elaborato una teoria complessa: la forza centrifuga del lavaggio, un micro-vortex spazio-temporale, ha trasportato il calzino in un'altra dimensione. E se qualcuno le suggerisce che si tratti solo di casualità, risponderà con la sicurezza di chi ha risolto il mistero dell'universo, sempre pronto a spiegarti che ogni coincidenza è una sincronizzazione perfetta di forze invisibili.
Contrasto con Razionagico
Mentre il Razionagico è convinto che tutto debba essere spiegato con numeri, dati e logica scientifica, l'Irrazionagica vive nell'interpretazione simbolica e nel flusso di eventi che si intrecciano in modo misterioso. Il Razionagico vedrà nel calzino spaiato una banale anomalia statistica; l'Irrazionagica vedrà il segno di un piano universale che si manifesta nei dettagli.
Riciclometto
Individuo che regala cose palesemente riciclate e lo nega con convinzione: "Ma no, l’ho scelto apposta per te!
S
Sbadatologo
Specialista nello smarrire cose ovunque, che però riesce sempre a ritrovare nei posti più improbabili.
Sventrastro
Un disastro talmente grande da sembrare che abbia sventrato tutto, ma che in realtà è solo un dramma esagerato.
T
Tamareidi
Il tamarino, il più piccolo primate al mondo, è famoso per il suo modo di attirare l’attenzione con movimenti esagerati e vocalizzi trionfanti. Allo stesso modo, il tamarino umano sa trasformare anche il minimo sforzo in un capolavoro che, a suo dire, "meriterebbe un documentario della BBC".
Chi è il tamarino umano?
• Una persona per la quale non importa quanto sia insignificante l’azione, se fatta da lui diventa leggendaria.
• Se cucina una semplice pasta al burro, ti fa sentire come se stessi partecipando a una degustazione esclusiva in un ristorante stellato.
• Il suo motto non dichiarato è: "Non è importante cosa fai, ma quanto bene lo racconti."
Esempi di Tamareidi:
-"Operazione salotto impeccabile"
“In un pomeriggio di eroico impegno domestico, ho spostato da solo il tavolino del soggiorno per passare l’aspirapolvere. Nonostante gli ostacoli logistici e le sfide fisiche, l’intero pavimento è ora libero dalla polvere."
-"Il re del bricolage"
Con due chiodi, un elastico e una pinza, ha costruito una mensola che 'potrebbe reggere il mondo intero
Nota di colore:
Il tamarino umano potrebbe tranquillamente essere il protagonista di un programma di infotainment tutto suo. Lo immaginiamo già, microfono alla mano, mentre commenta con pathos l’impresa di svuotare una lavastoviglie o di trovare una calza spaiata. Perché nel suo universo, ogni cosa è un’avventura che vale la pena raccontare.
Tristofico
Persona che è sempre un po' malinconica, ma riesce comunque a risultare simpatica e filosofica nelle sue riflessioni.
Trombaforte
Persona che fa sempre un baccano infernale, anche quando sta semplicemente aprendo un pacchetto di patatine.
U
Umorello
Quella finta allegria di chi sta fingendo di essere di buon umore solo per non sentirsi chiedere “Che hai?”.
V
Vagabuffo
Individuo che cambia idea, programmi e perfino umore ogni cinque minuti, ma sempre con un’aria divertita e disarmante.
Vigilsex
Uomo che, tra le lenzuola, si trasforma in un vero e proprio direttore del traffico amoroso, impartendo istruzioni con la precisione di un navigatore satellitare. Per il viglisex, la spontaneità è un mito e il piacere un compito da portare a termine seguendo il "suo" piano regolatore.
Caratteristiche principali
• Comandi continui: "Più a sinistra! No, troppo. Aspetta, torna un po' indietro. Ora fermati lì!"
• Gestualità esagerata: accompagna le sue indicazioni con movimenti delle mani che sembrano il briefing di un atterraggio aereo.
Esempi pratici:
• È il tipo che durante un momento intimo dice: "Aspetta, ferma tutto. Facciamo così: tu vai a 45°, io inclino il busto e… ci siamo!"
• Confonde la passione con una sessione di aerobica guidata: "Salta! Piega le ginocchia! Più energia, dai!"
Z
Zombivago
Persona che si aggira senza meta, con lo sguardo perso e l’energia di uno zombie dopo una maratona.
Zoncosciente
Persona talmente stanca da essere a metà tra lo zombie e il sonnambulo, con sguardo perso e bocca aperta.
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Elisa Averna
17 gen 2025
In FILM E SERIE TV
DOVEROSA PREMESSA
La serie mi è stata suggerita da qualcuno che, con impeccabile intuito, sapeva che avrei finito per immergermi avidamente in ogni episodio. Una di quelle rare persone dotate non solo di buon gusto, ma anche del dono di introdurti alle cose giuste nel momento esatto in cui sei pronto ad accoglierle.
Tra le tante serie che mi hanno tenuta incollata allo schermo, Peaky Blinders si è guadagnata un posto speciale. Perché? Per la sua capacità di intrecciare un'epica criminale con profonde riflessioni sulla natura umana, arricchita da personaggi strutturati in modo credibile, una regia sensibile ai dettagli e un'atmosfera intrisa di tensione e simbolismo, dove ogni elemento visivo e sonoro dialoga con la narrazione. Peaky Blinders mi ha conquistato per come traduce il trauma collettivo della Grande Guerra in conflitti personali e familiari, rendendo la lotta per il potere non solo politica ma esistenziale. La serie, difatti, non si limita a raccontare una storia: scolpisce archetipi moderni in un contesto storico, rivelando l'eterna fragilità dell'uomo davanti all'ambizione, alla vendetta e alla memoria.
Ammetto che, fino a qualche anno fa, guardavo le serie tv con una certa sufficienza. Le consideravo poco più che telenovelas con una trama appena più elaborata. Poi ho ceduto alla curiosità, iniziando con La casa di carta e Lost e… e mi si è aperto un mondo. Ho scoperto che le serie TV non sono solo storie da seguire: ma prodotti “cattura cervello”, costruite per creare dipendenza. Lo capisci quando, alle tre del mattino, con gli occhi cerchiati e una tazza di tè ormai freddo accanto, con aria perdente, clicchi su “Prossimo episodio”. Impossibile resistere!
ANNO
2013-2022
GENERE
Drammatico, storico, poliziesco, giallo, noir.
CURIOSITÀ
“Peaky Blinders” è un mix potente di dramma storico e intrighi criminali, con un’estetica moderna che si fonde perfettamente con l’epoca post-bellica (Grande Guerra), dando vita a un’epopea di stile, potere e fragilità. Creata da Steven Knight, la serie si articola in sei stagioni per un totale di 36 episodi, ciascuno della durata media di 55-60 minuti. La narrazione combina il dramma storico, in cui potere e trauma si alimentano a vicenda, con il noir criminale, il tutto impreziosito da una colonna sonora che rompe ogni convenzione temporale. Ad esempio, c’è una canzone di Marilyn Manson, ossia la sua versione del brano “Sweet Dreams (Are Made of This) degli Eurythmics. Il brano è stato utilizzato nella scena d’apertura della seconda stagione, adattandosi perfettamente all’atmosfera oscura e intensa della serie, aggiungendo un ulteriore strato di potenza alla narrazione. Tenevo a menzionarlo!😉
CONTESTO STORICO
La serie è ambientata nella Birmingham del 1919. Il contesto storico è decisivo per comprendere l’essenza della serie. L’Inghilterra sta cercando di adattarsi alla devastazione fisica, psicologica ed economica causata dal conflitto. Le cicatrici della guerra sono visibili nei protagonisti, ma anche nella città di Birmingham, un luogo che nel dopoguerra è segnato dalla povertà, dalla disoccupazione e dalla crescente criminalità. La serie mette in luce l’emergere di nuovi attori politici e sociali: gli ex soldati, i lavoratori, le donne che lottano per il loro posto nel mondo e la crescente influenza delle forze malavitose che cercano di guadagnare terreno in un’Inghilterra post-bellica destabilizzata. Ma è anche il periodo in cui le tensioni sociali si intrecciano con movimenti politici radicali, come il socialismo e l’ascendente fascismo, che cominciano a guadagnare terreno in Europa. È in questo scenario che la serie esplora la fragilità delle strutture istituzionali e politiche, mostrando come, in tempi di incertezze economiche e morali, la politica e la criminalità si mescolano in una danza per il potere.
TRAMA E PERSONAGGI
In tale contesto, nascono i Peaky Blinders, una gang che si fa strada nel caos e nell’incertezza, mette in gioco la propria umanità. Guidata dall’enigmatico Thomas Shelby, interpretato da Cillian Murphy, il quale è un leader tanto brillante quanto tormentato, la gang cerca di elevare la propria famiglia da una realtà di crimine di strada a un’egemonia imprenditoriale. L’ambizione di Thomas non conosce limiti, ma il suo cuore porta i segni indelebili della guerra e delle perdite personali. Thomas riesce a penetrare nei meccanismi del potere legale e finanziario, confrontandosi con personaggi politici, industriali e mafiosi, ognuno con il proprio interesse a mantenere o spostare gli equilibri di potere.
Accanto a lui, Arthur, il fratello maggiore, combatte i suoi demoni interiori con una brutalità feroce e una vulnerabilità disarmante. Polly Gray, interpretata da Helen McCrory, è la colonna portante della famiglia: una donna astuta e autoritaria, capace di affrontare qualsiasi tempesta con dignità e astuzia. Ada, l’unica sorella Shelby, rappresenta la voce della ribellione morale, mentre John e gli altri fratelli completano il quadro di un clan unito ma spesso dilaniato da tensioni interne.
La trama si snoda tra rivalità con altre gang, scontri con la legge – incarnata dal rigido comandante Chester Campbell – e alleanze inattese, come quella con Alfie Solomons, leader ebreo interpretato da Tom Hardy. I nemici, tra cui la famiglia mafiosa dei Changretta, aggiungono un ulteriore strato di tensione e dramma, mostrando quanto il mondo dei Peaky Blinders sia spietato e imprevedibile.
La serie esplora temi di potere, lealtà, tradimento e vendetta, immergendo lo spettatore in un’epoca segnata da instabilità sociale e politica. La lotta di Tommy per espandere il suo impero, tra alleati e nemici, si intreccia con le sfide personali dei membri della famiglia Shelby, che devono fare i conti con il passato traumatico della Grande Guerra. L'atmosfera cupa, i dialoghi taglienti e il ritmo narrativo alternano momenti di grande tensione a riflessioni sulla natura umana e sul prezzo del potere.
LA MIA OPINIONE
“Peaky Blinders” non solo è una serie di crimine e potere, ma è anche una riflessione che va oltre la superficie dei suoi personaggi, esplorando le loro vulnerabilità, le cicatrici lasciate dalla guerra e le complessità delle relazioni familiari.
Non è una serie che si può seguire a neuroni spenti. La trama implica una certa conoscenza delle dinamiche umane più complesse e dei meccanismi di potere che si intrecciano tra vendette, alleanze e tradimenti. Le alleanze tra le diverse fazioni (sia politiche che mafiose) e la crescita delle forze fasciste in Inghilterra, come si vede nelle stagioni più avanzate, aggiungono una complessità socio-politica che non si limita alla mera rivalità tra bande, ma diventa un simbolo di come la violenza e il potere possano mescolarsi con la politica, per determinare il futuro di intere classi sociali e della nazione stessa. Peaky Blinders così diventa una riflessione sul potere, sulle sue origini e sulla sua evoluzione, un'analisi che, purtroppo, sembra risuonare anche con dinamiche contemporanee.
Mi ha colpito particolarmente come la serie riesca a rendere umani anche i personaggi più spietati, come Thomas Shelby, un uomo che oscilla costantemente tra il genio strategico e una brutalità quasi insostenibile. Ho apprezzato la sua lotta interiore, la sua incapacità di aprirsi completamente, che lo rende un personaggio tanto affascinante quanto dolorosamente inaccessibile.
E poi c'è l’amore tormentato tra Tommy e Grace, un amore che non riesce mai a liberarsi completamente dalle ombre del passato. Mi aspettavo che la loro relazione finisse in un abbraccio liberatorio, ma la realtà è più complessa e i segreti tra loro sembrano inevitabili. Grace, inizialmente un’infiltrata della polizia, tradisce la fiducia di Tommy, ma la sua stessa vulnerabilità fa sì che la relazione resti sospesa tra amore e inganno. Tommy, dal canto suo, pur essendo tormentato dal passato, avrà altre storie, come quella con Lizzie Stark, ma il suo legame con Grace è sempre quello che lascia il segno. Ogni tentativo di allontanarsi da lei sembra solo intensificare la sua ossessione per lei, rivelando quanto sia difficile per entrambi liberarsi dai loro demoni. Ho trovato interessante come Grace sia una figura tanto seducente quanto fragile, e come, nonostante i suoi errori, la sua lealtà alla fine resti una costante nella vita di Tommy.
Le atmosfere di Birmingham, con le sue strade fangose e le fabbriche che sembrano il riflesso di trincee ancora vive, mi hanno immerso completamente nel contesto storico, ma ciò che mi ha sorpreso è stato l’uso di una colonna sonora che spazia da Nick Cave agli Arctic Monkeys, creando un contrasto inaspettato ma incredibilmente potente. Mi aspettavo che la musica fosse un elemento tradizionale, in linea con l’ambientazione storica, e invece mi ha colpito vedere come essa potesse intensificare le emozioni e i momenti di tensione.
Ho apprezzato la capacità di riflettere su un’epoca storica segnata da profonde fratture sociali e politiche, pur incentrandosi su personaggi così singolari. Oltre la violenza, le dinamiche familiari e il potere, c’è una dimensione più sottile che riguarda l’analisi della disillusione post-bellica e del trauma collettivo. La serie non si limita a raccontare la risalita di un clan dalla miseria, ma esplora anche il dolore, la solitudine e il disorientamento di una generazione che ha vissuto l’orrore della Grande Guerra. Tommy Shelby, in particolare, è l’incarnazione di una nazione che non riesce a risollevarsi dalle cicatrici della guerra, un uomo in lotta con le proprie ombre, ma anche con quelle di una società che fatica a trovare una nuova identità.
Un altro aspetto che ho trovato interessante è la capacità della serie di esplorare il tema della violenza senza mai semplificarlo. È tragico vedere come la sofferenza e la crudeltà diventino parte di un ciclo che si tramanda, come un peso che viene inevitabilmente imposto a chi cresce in un mondo dove la violenza è all’ordine del giorno. È un ricordo doloroso di come il passato e la brutalità del presente influenzino ogni aspetto della vita familiare, dalla più grande alla più piccola delle generazioni.
Ho trovato la figura di Arthur Shelby incredibilmente tormentata, quasi dolorosa da seguire. Arthur è lacerato tra il suo lato violento e il desiderio di cambiare vita per la sua famiglia. Mi ha stupito come, nonostante la sua apparente brutalità, sia un personaggio che merita empatia, soprattutto quando si vede come il suo trauma post-bellico influisca sulle sue azioni. Ho sperato che la sua lotta interiore lo conducesse verso un qualche tipo di redenzione, ma la sua spirale autodistruttiva, sebbene tragica, è in fondo quella di tanti uomini segnati dalla guerra.
“C’è bontà nel mio cuore, ma queste mani appartengono al diavolo”
Arthur, Stagione 5, puntata 3
Tra le scene erotiche e quelle di violenza, mi sono sentita come sulle montagne russe…Un occhio aperto e uno chiuso… La serie mescola abilmente questi due estremi, creando un contrasto netto che, da un lato, stimola il desiderio e l’intimità, e dall’altro, scuote con la crudeltà e la brutalità. Questa alternanza tra piacere e dolore, tra passione e crudeltà, mi ha messa alla prova, costringendomi a confrontarmi con la complessità delle emozioni umane in tutte le loro sfaccettature. Non è facile accettare un mondo dove il confine tra l’amore e la violenza è così sottile, ma è proprio questa contraddizione a rendere la serie affascinante.
Sebbene la serie non si faccia scrupoli a cadere in qualche stereotipo, come nella rappresentazione degli italiani e dei rom, la scrittura e i dialoghi rimangono sempre incisivi, riuscendo a mantenere una certa autenticità anche in queste situazioni. Mi aspettavo che questi momenti potessero risultare forzati, ma la bravura degli sceneggiatori riesce a tenere tutto insieme senza mai scadere nel banale.
Uno degli aspetti che più mi ha turbato è la rappresentazione, fin troppo realistica, dell’intreccio tra politica e malavita. Non si tratta solo di favori sottobanco o alleanze di convenienza: è un rapporto intricato, dove il potere si sporca le mani e la criminalità si veste di rispettabilità. I protagonisti manipolano e vengono manipolati, in un gioco di forza che coinvolge tanto le strade fangose di Birmingham quanto i corridoi eleganti del potere. Questo connubio, purtroppo, riflette una realtà che supera la finzione. La politica, che dovrebbe rappresentare i valori più alti e la volontà del popolo, si rivela spesso vulnerabile alla corruzione e alle dinamiche del crimine organizzato. È un tema che mi lascia un senso di amarezza: quanto del mondo che ci circonda è davvero immune da questi giochi di potere?
E poi, “Peaky Blinders” è una serie che non solo racconta una storia, ma riesce a immergerci nel cuore dei suoi personaggi, nelle loro sofferenze, nei loro sogni e nei loro conflitti. Mi ha coinvolto emotivamente e intellettualmente, rendendo ogni episodio non solo un piacere da guardare, ma anche un’opportunità per riflettere sul potere, sulla lealtà e sul prezzo delle proprie scelte.
COSTUMI
Come appassionata di moda anni Venti non posso non menzionare i costumi (c'è forse un'epoca in cui c'è stata più eleganza?). Speravo che Peaky Blinders avrebbe trattato l’abbigliamento con la stessa cura che riserva alla trama, e devo dire che non sono rimasta delusa. A differenza di film come Il Grande Gatsby, dove l’opulenza dei costumi sembra quasi un altro personaggio, qui l’abbigliamento è parte integrante della storia, perfettamente in sintonia con il contesto sociale e storico. I tessuti grezzi, i tagli eleganti ma funzionali, sono un segno distintivo di un’Inghilterra operaia e criminale, che pur nella sua durezza, conserva un’eleganza inaspettata.
CONSIGLIATA A...
La serie contiene scene di violenza esplicita, tra cui combattimenti, sparatorie e atti di brutalità legati al contesto criminale. Sono presenti anche scene erotiche e momenti di nudo parziale, sebbene non predominino rispetto alla trama. Il linguaggio è spesso crudo e diretto, con riferimenti frequenti all'uso di alcol e droghe. Peaky Blinders non è adatta a un pubblico di età inferiore ai 14 anni, poiché affronta tematiche mature e presenta scene intense che potrebbero risultare inadeguate per i più giovani.
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Elisa Averna
12 dic 2024
In SEGNALAZIONI
"INTERVISTA A BABBO NATALE" di Maria Cristina Buoso
Se festeggi il Natale, sai quanto questa ricorrenza possa essere speciale per i più piccoli. Ma anche se non lo celebri, questa storia magica ha il potere di regalare sorrisi e calore, portandoti in un mondo di fantasia e meraviglia.
Cosa c’è di più magico che immergersi in un libro capace di trasportare grandi e piccoli al Polo Nord, proprio nella cucina di Babbo Natale?
Maria Cristina Buoso, scrittrice e appassionata di letteratura per l’infanzia, ci regala una storia unica, capace di accendere la fantasia dei bambini e il sorriso degli adulti. Un racconto che non è solo un’avventura, ma un vero e proprio viaggio nelle emozioni, tra profumo di cioccolata calda e incanto natalizio.
Un regalo perfetto per vivere insieme la magia del Natale, pagina dopo pagina!
DESCRIZIONE
Oggi mi aspetta un bel viaggio, devo andare al Polo Nord per intervistare Babbo Natale.
Chi di voi non ha sempre desiderato avere questa possibilità?
Io l’ho avuta e voglio condividere con voi Bambini questa mia avventura e sono sicura che se chiuderete gli occhi sarete seduti anche voi in cucina con noi a bere una cioccolata calda mentre Babbo Natale ci porta nel suo magico mondo.
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"Intervista a Babbo Natale" di Maria Cristina Buoso
"INTERVISTA ALLA BEFANA" di Maria Cristina Buoso
Se amate i racconti che mescolano tradizione e fantasia, l’intervista alla Befana è la storia che fa per voi! Un viaggio tra boschi incantati, magia e simpatia, che vi farà scoprire dove vive la Befana e cosa si cela dietro il suo misterioso personaggio.
Maria Cristina Buoso ci conduce in un’avventura sorprendente, capace di coinvolgere grandi e piccoli con il suo stile vivace e immaginifico. Una lettura perfetta per arricchire le festività o per regalare un pizzico di magia in ogni momento dell’anno.
DESCRIZIONE
Oggi incontrerò la Befana e così potrò finalmente vedere dove vive e farle qualche domanda, lo so bambini... anche voi vorreste essere qui con me, ma vi assicuro che non è facile trovarla e se ci sono riuscita è solo perché Babbo Natale mi ha accompagnata e mi ha dato le istruzioni per trovarla.
Ma basta ciance... mi devo sbrigare perché, se arrivo dopo il tramonto potrei perdermi in questo bosco incantato, chiudete gli occhi e... come per magia sarete anche voi seduti con me nella sua cucina a mangiare in sua compagnia.
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"Intervista alla Befana" di maria Cristina Buoso
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Elisa Averna
28 set 2024
In RECENSIONI AUTORI EMERGENTI
“La giustizia è un atto violento”
Premessa
Affidare a me una lettura che tratta il tema della vendetta è quasi un gesto auto-sabotatorio, una vera e propria opera suicidiaria. Dico sul serio! È come invitare un contabile a gestire il budget di una festa o un allergico a servire il buffet. E perché? Perché ho aspettative altissime! Dopo aver esplorato capolavori come per esempio “Pietà” di Kim Ki-duk, dove la vendetta si intreccia con il dolore e la redenzione in un modo psicologicamente rigoroso, le mie esigenze si sono elevate a livelli stratosferici (la maestria con cui Kim Ki-duk delinea il tormento interiore dei suoi personaggi ha fissato un parametro difficile anche solo da avvicinare).
Il tema della vendetta è carico di sfumature e complessità e trattarlo con superficialità è un rischio che non posso permettermi, sia come autrice, quando l’ho affrontato nei miei stessi romanzi, sia come recensitrice. Non voglio cadere nel tranello degli stereotipi o semplificare la ricchezza delle emozioni coinvolte. Ho visto troppe opere che si perdono in cliché e semplificazioni per tollerare un’interpretazione banale.
Ecco perché mi sono avvicinata a “Senza Apparente Motivo” di Roberto Artellini con uno sguardo critico e la mente aperta: ho apprezzando il coraggio dell’autore, desiderando di scoprire come egli avbbia trattato le sfide etiche e psicologiche della vendetta, anche se nel timore di dovermi io confrontare con i miei parametri altissimi.
Recensione
Il protagonista, Stefano, è devastato dalla perdita della sorella Chiara, il cui suicidio appare inspiegabile. Tuttavia, Stefano è convinto che dietro quel gesto vi sia una ragione oscura e identifica un gruppo di ragazzi come i responsabili morali della sua morte. Qui, la narrazione si fa cruda e implacabile, seguendo la trasformazione interiore di Stefano, che da fratello addolorato diventa un uomo consumato dalla sete di vendetta. Artellini dimostra una buona abilità nel tratteggiare questa metamorfosi, catturando ogni sfumatura emotiva, dal dolore alla collera, fino alla lucida pianificazione della vendetta con il fratello Paolo.
Il romanzo si muove tra il dolore familiare e un universo morale sempre più deformato. La vendetta, infatti, non è mai semplice o catartica; al contrario, diventa una spirale discendente che avvolge i protagonisti in una nebbia di ossessioni. L’autore non giudica mai, lasciando che i suoi personaggi agiscano in un limbo etico, sollevando una domanda fondamentale: è davvero possibile trovare sollievo attraverso la vendetta o si finisce per distruggere ciò che resta della propria umanità?
Culturalmente, l’opera si inserisce in una tradizione letteraria che ha fatto della vendetta un tema classico, ma lo rinnova con una discreta intelligenza narrativa che rende Stefano una figura moderna. La sua vendetta non è eroica, ma un percorso di autodistruzione silenziosa. Nella sua storia c'è qualcosa di profondamente umano e dolorosamente reale, una riflessione sottile sul confine tra giustizia e vendetta, che sfida il lettore a interrogarsi su cosa separi il desiderio di riparare un torto dall’intento di infliggere dolore.
Il mondo in cui Artellini ambienta la vicenda è quello della provincia italiana, una scelta strategica che amplifica il senso di claustrofobia e fatalismo. Questo ambiente circoscritto rende la narrazione ancora più potente e soffocante, come se le vite dei personaggi fossero destinate a collidere inevitabilmente. Il romanzo si nutre delle piccole tensioni, dei sussurri di paese e delle dinamiche familiari disgregate, tracciando un microcosmo in cui la vendetta diventa l’unica via di fuga per chi non sa più come elaborare il proprio lutto.
Lo stile di Artellini è asciutto ma denso di suggestioni. Ogni parola è misurata per scavare nelle profondità dell’animo di Stefano, raccontando una discesa agli inferi senza mai cadere nel melodramma. C’è una pacata eleganza nella sua scrittura, (non mi riferisco al realistico turpiloquio dei dialoghi diretti) che avanza implacabile, quasi guidata dallo stesso impulso del protagonista: la necessità di dare un senso al caos interiore. L’assenza di enfasi retorica rende il romanzo ancor più devastante, poiché ogni azione compiuta da Stefano appare inevitabile, come se fosse già scritta in un destino ineluttabile.
La costruzione della trama è intensa: ogni capitolo aggiunge un tassello alla complessità di Stefano, mantenendo alta la tensione emotiva fino al climax finale. Ma più del puro intreccio, colpisce la capacità dell’autore di farci riflettere sul significato stesso della vendetta. È solo uno strumento di giustizia personale? Oppure, si rivela una prigione, un atto che non può restituire ciò che è stato perduto, ma solo alimentare ulteriore dolore?
Senza Apparente Motivo seduce il lettore con la sua atmosfera cupa e avvolgente, parlando di ferite personali, vendette silenziose e di un mondo in cui la giustizia è un miraggio. Artellini ha costruito un racconto che non offre risposte semplici, come è giusto che sia quando si tratta il tema della vendetta, ma invita a meditare sulla natura umana e sui suoi limiti. È un libro che si legge con l’anima in bilico, consapevoli che non ci sono veri vincitori nella ricerca di vendetta, solo anime spezzate che cercano di ritrovarsi tra le macerie.
A chi lo consiglio…
Consiglio questo romanzo a chi ama le letture che esplorano l’animo umano nelle sue molteplici sfaccettature. Certamente bisogna essere predisposti a una letttura con scene cruente e forti. Se siete in cerca di storie in cui la vendetta si intreccia con la complessità emotiva, dove i colpi di scena si rivelano in modo sottile e graduale, questo libro potrebbe fare al caso vostro. Se sono riuscita ad apprezzarlo io, che non prendo alla leggera il tema della vendetta, è molto probabile che anche voi troviate elementi interessanti tra le pagine di questo romanzo. È perfetto per chi cerca un intreccio ricco di tensione e introspezione, evitando quegli effetti speciali da blockbuster che spesso appesantiscono la narrazione.
LINK PER L'ACQUISTO
"Senza apparente motivo" di Roberto Artellini
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Elisa Averna
16 gen 2024
In ALTRO
Cari lettori,
oggi tema scottante: necrosi cerebrale e fanatismo acefalitico nell'era degli influencer.
Gli imbonitori del web sono solo gli attori principali della commedia tragicomica in atto. Essi si limitano a recitare il copione della vanità su un palcoscenico di like e condivisioni. Ma, come ogni grande spettacolo, la vera chiave del mistero risiede nell'audience. Già, gli "Influenzabili" sono il vero problema (d'altronde, se esistono gli influencer, è perchè esistono persone che si lasciano "influenzare"). Stiamo dunque diventando un popolo di influenzabili?😳
Nel cenacolo effervescente dei social media, dove spesso l’insipienza danza il twist con l’ostentazione becera della ricchezza, emerge con forza la questione cruciale dell’assenza di discernimento degli influenzabili (la sola parola dice tutto sulla loro fragilità). Queste creature sembrerebbero ormai incapaci persino di scegliere un paio di mutande, senza seguire pedissequamente i dettami di un’icona digitale.
Chi segue gli influencer con fervore eccessivo diventa l'autore inconsapevole di un dramma che si sviluppa nelle pieghe dell'acriticità. Ogni clic, conferisce a questi moderni divi digitali un potere sempre crescente, come se fossero despoti dell'era algoritmica. E mentre gli influencer raccontano una vita incantata su sfondi paradisiaci, trasformandosi nei moderni narcisisti digitali con l'esibizione di una viscida autoreferenzialità, gli influenzabili li sostengono. Ed ecco che gli influencer divengono una sorta di specchio deformante in cui identificarsi, anche se solo a livello virtuale.
I “guru” virtuali, con i loro balletti imbarazzanti e la vita mondana raccontata tra gli agi di yacht sontuosi, capitalizzano creando desideri e sogni, arrivando in questo modo a plasmare la realtà di centinaia di milioni di individui, senza che questi se ne accorgano. La loro ostentazione sfacciata della ricchezza, una danza cafona di opulenza in perfetto stile parvenu, si trasforma in un esca irresistibile. Gli influenzabili, come sappiamo tutti, partecipano attivamente, offrendo il proprio determinante contributo attraverso il consumo di prodotti pubblicizzati. Acquistare beni inutili, credendoli essenziali, è primo effetto della manipolazione.
Ma non finisce qui, gli influenzabili arrivano a idealizzare la loro eroina digitale, riconoscendole il ruolo di benefattrice autoattribuito, quando la realtà è molto diversa e ha un preciso nome: marketing. Nel regno dell'ipocrisia, purtroppo, il raggiro regna sovrano e crea, suo malgrado, sempre più adepti. La tragica ironia emerge quando i seguaci, riducendo le proprie necessità primarie, contribuiscono a ingrassare ulteriormente le casse dei loro beniamini che mercificano tutto, beneficenza compresa.
Gli influenzabli contribuiscono a un'enorme raccolta fondi: il conto bancario dell'influencer, dove la magia della beneficenza è solo un trucco ben orchestrato.
Travestite da mere “sviste di comunicazione”, anche le truffe si insinuano nelle pieghe del tessuto sociale, erodendo la fiducia di quella parte di pubblico disposto a rinsavire. T(http://rinsavire.Il)uttavia, il consumismo determinato da questi imbonitori del web, con maestria camaleontica, continua ad ammaliare. La conquista del nulla, che annienta ogni sprazzo di speranza per un mondo diverso, più egualitario, più robusto a livello neurologico e culturale, continua a fare presa sugli Influenzabili. Perché ciò accade persino di fronte all'evidenza di un errore? Quali meccanismi psicologici e sociali rendono così irresistibile l'attrazione verso un mondo fatuo e illusorio, mentre la realtà dietro di esso si rivela sempre più distorta e alienante? Chi sono veramente gli "inflluenzabili"? Chi è questo popolo inerte che si sottomette? Chi sono questi abitanti del mondo sotterraneo dei clic silenziosi, dove l'unica luce è quella delle notifiche? Forse sono solo persone sole, incapaci di dare altrimenti un significato alla propria vita. Forse sono solo persone che non roescono a vedere oltre una realtà distorta, perché le loro menti, avvolte nella nebbia, non riescono più a percepire le sfumature del pensiero critico. Sta di fatto che, nell'iperrealità digitale, l’assenza di spirito critico è il copione che perpetua il ciclo vorticoso della disillusione. E così, il sipario si chiude su uno spettacolo che, tra truffe camuffate e illusioni consumate, smaschera la fragilità dell'umanità, schiava volontaria di un sistema basato sull'apparire.
La danza delle marionette digitali e dei loro seguaci affamati di emulazione si evolve in una malattia dell'anima moderna: l'ottundimento cerebrale. Un morbo insidioso che si diffonde attraverso le trame intricate della psicologia di massa, trasformando gli individui in burattini inconsapevoli di un sistema che li sottopone a un perpetuo stato di assuefazione intellettuale.
E così, nell’era degli influencer e degli influenzabili, il morbo dell'ottundimento cerebrale diventa un contagio silenzioso che mina la nostra capacità di discernere, di resistere alle lusinghe della superficialità digitale.
Mentre il sipario si chiude su questa rappresentazione moderna, resta il monito: risvegliamo il nostro spirito critico, abbandoniamo il torpore dell'influenza passiva e riconquistiamo la capacità di scegliere, di pensare, di vivere al di là delle illusioni digitali. Solo così potremo sperare di liberarci dal morbo che mina la nostra essenza e di ritrovare il cammino verso un mondo autenticamente umano.
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Elisa Averna
14 gen 2024
In ALTRO
Carissimi lettori,
oggi non vi parlerò di libri. Oibò! E allora di cosa? Sulla scia emotiva di un coinvolgente articolo di Giulio Base nella rubrica “Spettacoli” de La Stampa, in cui il regista rende il suo omaggio a Marlon Brando con parole di verità assoluta sul personaggio e sull'uomo, ho pensato di intrattenervi su un tema che mi sta particolarmente a cuore: il confine tra arte ed etica (tra l’altro ho in serbo per voi, tra circa un mese, una sorpresa al riguardo). È innegabile che Marlon Brando ci abbia regalato interpretazioni memorabili, ma è altrettanto innegabile che il suo nome sia, per certi versi, una finestra aperta sul tema “arte ed etica”. “Vivere la scena”, come giustamente rileva Base, era il punto di forza di Brando. Ma fino a che punto ci si può spingere in nome dell’arte? Sì, confesso, che sono una di quelle persone che, leggendo la testimonianza della Maria Scneider, ne uscii con tutte le ossa rotte. Davvero quando realtà e finzione si mescolano, l’arte supera se stessa raggiungendo l’eccellenza? Sì, può essere. Ma attenzione: il confine tra arte ed etica forse potrebbe sfumare in modo pericoloso. È davvero tutto lecito in nome dell’arte? Tema delicato e complesso… lo so. Benvenuti nel confine tra arte e morale!
Libri e film che inducono alla riflessione su questo tema sono numerosi. Recentemente ho letto "Sul filo della morte" di Marco Ghergo, un romanzo che offre spunti interessanti sulla connessione tra arte, vita e verità. Il tessuto intricato dell'arte, la tensione tra libertà creativa e responsabilità etica, diventa un palcoscenico su cui danzano le sfumature più complesse della condizione umana.
Fino a che punto l’artista può spingersi senza incrinare i confini dell'etica?
ATTO 1: L'espressione autentica e l’etica della verità
Nel primo atto di questo intricato "dramma" del rapporto tra arte ed etica, che mi è piaciuto intitolare “L'espressione autentica e l’etica della verità”, l’artista non solo crea, ma diventa custode di una verità che va oltre le apparenze. L’autenticità artistica, ancorata all’etica della verità, diventa un faro che guida il pubblico attraverso l’esperienza condivisa dell’arte, offrendo un dialogo intimo che arricchisce l’esperienza umana.
L’artista, in quanto demiurgo della propria creazione, è chiamato a creare mondi alternativi, plasmando realtà grazie alla propria visione unica. L’illusione diventa uno strumento necessario per suscitare emozioni e stimolare la riflessione, ma quando l’artista si avventura troppo nell’illusione, c’è il rischio di alterare la percezione della realtà. L’obbligo morale diventa quindi una guida etica, richiedendo un bilanciamento tra libertà espressiva e responsabilità nella rappresentazione della verità umana.
La chiave di questo equilibrio risiede nell’intenzione etica dietro il gesto creativo. La sincerità artistica richiede consapevolezza della propria visione e impegno a rappresentare la realtà, anche quando questa può scontrarsi con i propri ideali. L’artista, consapevole della propria influenza sulla percezione, potrebbe abbracciare l’illusione come strumento, ma potrebbe essere cruciale che questo slancio creativo sia guidato dall’etica della verità. E qui si apre un altro "problema"...
ATTO 2: La provocazione come strumento creativo
Nel secondo atto, la provocazione emerge come un’affilata arma a doppio taglio, capace di scuotere le coscienze ma altrettanto incline a scivolare nell’oscenità. Ed eccoci in una delle questioni più delicate: fino a che punto l’arte può spingersi nel suo ruolo di provocatrice senza perdere il suo valore intrinseco?
La provocazione, intesa come stimolo ad accendere dibattiti e riflessioni, può essere un mezzo efficace per generare un cambiamento sociale. Artisti che sfidano le convenzioni e scuotono le coscienze spesso agiscono da catalizzatori per trasformazioni significative nella percezione collettiva. La storia dell’arte è costellata di esempi in cui opere provocatorie hanno contribuito a sfidare norme sociali ritenute dal senso comune ingiuste e ad alimentare per esempio la lotta per i diritti civili.
Tuttavia, la sottile linea tra provocazione e oscenità richiede un’attenzione scrupolosa. L’artista deve confrontarsi con la responsabilità di non oltrepassare il confine tra stimolo intellettuale e mera sensazionalità. Quando la provocazione diventa fine a se stessa, il suo impatto sociale rischia di dissolversi nell’effimero clamore mediatico. La provocazione che abbraccia il suo ruolo sociale, come strumento per catalizzare il cambiamento, deve emergere da un contesto intenzionale e informata consapevolezza. Ed è qui che l’artista dovrebbe domandarsi: “Che cosa intendo comunicare con la mia opera? Qual è il messaggio di fondo che desidero veicolare?” Solo attraverso una riflessione profonda è possibile evitare che la provocazione diventi mero sensazionalismo, privo di sostanza concettuale. Inoltre, la natura della provocazione può variare a seconda del contesto culturale e sociale in cui si colloca. Ciò che potrebbe essere considerato provocatorio in una società potrebbe essere accolto con indifferenza o addirittura ostilità in un’altra. L’artista deve essere consapevole di questa dinamica e valutare come la sua opera sarà recepita dalla società in cui è presentata (non vi voglio intrattenere nelle gaffe storiche in merito, perché davvero si aprirebbe un altro capitolo non liquidabile con poche parole).
È dunque chiaro che la provocazione come strumento creativo pone una sfida etica all’artista: mantenere l’equilibrio tra la spinta a stimolare il pensiero critico e il rischio di essere travolti dall’oscenità. Quando ben calibrata, la provocazione può diventare un faro di cambiamento, illuminando le menti e costringendo la società a confrontarsi con questioni rilevanti. Tuttavia, quando mal gestita, può trasformarsi in un fuoco d’artificio di superficialità, privo di significato duraturo. La vera maestria artistica risiederebbe nell’abilità di navigare con saggezza in questo intricato mare, usando la provocazione come strumento per forgiare un dialogo costruttivo e, forse, trasformare la società in modo duraturo.
ATTO 3: L'etica del recupero e la nostalgia dell’arte controversa
Nel terzo atto, l’attenzione si rivolge all’etica del recupero nell’arte controversa e alla nostalgia di un’epoca in cui la provocazione sfidava l’ordine costituito. Qui si svela un dilemma con un certo peso specifico: può l’arte giustificare la sua trasgressione? L’arte controversa, spesso bollata come trasgressiva o provocatoria, affronta il rischio di essere emarginata o censurata. Tuttavia, il terzo atto propone una riflessione più profonda: la possibilità di un recupero etico attraverso l’analisi critica. L’arte controversa può essere rivalutata nel contesto di una società che evolve e riconsidera i propri principi.
La nostalgia di un’epoca passata, in cui la provocazione era un veicolo per sfidare lo status quo, può spingere a rivalutare opere considerate trasgressive in un nuovo contesto. L’analisi critica permette di separare l’intenzione artistica profonda dalla superficiale reazione iniziale. L'arte controversa può essere rivalutata e, in alcuni casi, riconosciuta come catalizzatore di dibattiti essenziali per la crescita sociale e culturale.
Tuttavia, il dilemma permane: fino a che punto l’arte può giustificare la sua stessa trasgressione? La risposta potrebbe variare in base ai valori culturali, ma l'importante è che questo processo di revisione etica sia guidato dalla comprensione delle intenzioni artistiche e dalla consapevolezza del contesto sociale dell'opera. E dunque il terzo atto mette in luce la possibilità di un recupero etico per l’arte controversa attraverso l’analisi critica e la nostalgia per epoche passate di provocazione. La sfida è bilanciare la trasgressione con discussioni costruttive sulla società, la cultura e l'evoluzione dell’arte stessa.
ATTO 4: I confini dell'immaginario e la realtà sfumata
Il quarto atto ci guida nei recessi dell’immaginario, un territorio dove la finzione e la realtà danzano in un abbraccio intricato. Qui emergono domande cruciali sulle conseguenze etiche di questa fusione: gli artisti possono plasmare nuove realtà senza oltrepassare i confini morali?
Quando l’arte diventa uno specchio distorto della vita, l’immaginario può assumere una potenza tale da rendere sfumati i confini tra ciò che è reale e ciò che è immaginato. Questa fusione può generare un impatto profondo sulla percezione del mondo da parte de pubblico, portandolo a navigare tra mondi creati dall’artista e la realtà tangibile. Tuttavia, questo viaggio nella commistione tra realtà e fantisia innesta una serie di interrogativi etici.
Innanzitutto, sorge la questione della manipolazione dell’osservatore. Quando l’artista plasma una realtà immaginaria, può influenzare le prospettive e le percezioni degli spettatori, dando vita a visioni distorte. L’artista dovrebbe essere chiamato a riflettere sulla responsabilità di questa influenza, cercando di evitare la manipolazione e di presentare la propria visione in modo etico.
La sfida consisterebbe anche nel distinguere tra l’immaginario creato dall’artista e la realtà effettiva. La frattura tra queste dimensioni può risultare problematica quando il pubblico, immerso nell’opera, fatica a discernere la linea di demarcazione tra ciò che è fantastico e ciò che è reale. Qui sorge il rischio di creare aspettative irrealistiche o distorcere la comprensione della realtà.
Gli artisti, pertanto, dovrebbero riuscire a bilanciare la libertà di creare mondi immaginari con l’etica di mantenere una connessione autentica con la realtà. La loro sfida sarebbe quella di stimolare l’immaginazione senza sacrificare l’integrità morale. L’arte, in questo contesto, diventa uno strumento per aprire finestre su mondi alternativi, spingendo a riflettere sulla complessità della vita e sulle molteplici prospettive che possono coesistere.
ATTO 5: Rappresentazione dell'indecenza: estetica od ostracismo?
Con questo quinto atto, uno dei più birichini, esploriamo la sottile linea tra la rappresentazione artistica dell’indecente e il rischio di perpetuare stereotipi nocivi. In che modo l’arte può navigare tra l’estetica dell’indecenza e la responsabilità sociale? E dunque ci immergiamo nella complessa tematica della rappresentazione artistica dell'indecente e nell'equilibrio delicato tra l'estetica di questa rappresentazione e la responsabilità sociale. Questo atto pone in risalto la sottile linea che separa l'espressione artistica provocatoria dall'oscurità degli stereotipi dannosi.
La rappresentazione dell’indecente, quando plasmata con maestria artistica, può essere una forma di critica sociale o una riflessione audace sulla condizione umana. Tuttavia, c'è il pericolo connesso alla perpetuazione di stereotipi nocivi. L’arte, in questo contesto, dovrebbe navigare con attenzione tra l’estetica dell’indecenza e la responsabilità sociale.
La chiave di questa navigazione forse risiederebbe nella consapevolezza dell’artista rispetto alle implicazioni della propria opera sulla società. La domanda etica diventa: come l'artista può affrontare le tematiche indecenti senza rinforzare pregiudizi dannosi? La risposta potrebbe essere nell’approccio critico e nell’analisi delle proprie intenzioni artistiche.
L’estetica dell’indecenza può essere utilizzata per scuotere le coscienze, spingere alla riflessione e sfidare le norme sociali, ma dovrebbe farlo senza contribuire a discriminazioni o stereotipi. L’artista è chiamato a esaminare attentamente come la sua opera potrebbe essere interpretata e quali effetti potrebbe avere sulla percezione del pubblico.
La responsabilità sociale impone una consapevolezza delle dinamiche di potere e delle implicazioni ambientali delle rappresentazioni indecenti. L'arte, come riflesso della società, può avere un ruolo cruciale nel plasmare le mentalità e contribuire alla costruzione di una visione più inclusiva e rispettosa.
La sfida per gli artisti è, dunque, trovare un equilibrio tra la libertà espressiva e la consapevolezza etica. La rappresentazione dell'indecente non dovrebbe essere una scusa per l'ostracismo o la discriminazione, ma piuttosto un invito a riflettere su questioni scomode. L'arte può essere un veicolo per affrontare tematiche difficili? Certo che sì! Ma come dovrebbe farlo? Forse in modo responsabile, contribuendo al dialogo sociale piuttosto che alimentare divisioni e pregiudizi?
ATTO 6: Il potere dell'arte e la responsabilità dell’artista
Con l'atto 6, esploriamo il potere intrinseco dell'arte nel plasmare la società. Emergono domande cruciali sulla responsabilità morale dell’artista nei confronti delle conseguenze della sua opera. In che misura l’artista può essere ritenuto responsabile dell’impatto sociale della sua creazione? Il potere dell’arte di influenzare la percezione e la comprensione della società è innegabile. L’artista, di conseguenza, si trova di fronte a una responsabilità morale, che non si limita alla creazione dell’opera stessa, ma si estende alla consapevolezza delle possibili interpretazioni e implicazioni sociali. L'artista è chiamato a riflettere su come la sua opera potrebbe essere recepita dal pubblico e quali valori o messaggi potrebbe trasmettere. Tuttavia, questo atto mette anche in luce la complessità della questione. L’arte è intrinsecamente soggettiva e la sua interpretazione può variare notevolmente tra gli individui e le culture. Pertanto, la responsabilità dell’artista non dovrebbe tradursi in una limitazione della creatività, ma piuttosto in una consapevolezza profonda delle sfumature e delle possibili conseguenze della propria opera.
ATTO 7: Politica ed estetica: un connubio esplosivo
Il settimo atto esplora il rapporto incandescente tra politica ed estetica. Quando l’arte si intreccia con la politica, quali sono i limiti etici da rispettare? L’artista può trasformare il suo lavoro in strumento di cambiamento senza comprometterne l’integrità? Quando l’arte si avvicina alla sfera politica, emergono interrogativi fondamentali sui limiti etici. La sottile linea tra l’impegno politico e la preservazione dell’autenticità artistica richiederebbe un bilanciamento delicato, sfidando l’artista a navigare tra il ruolo di agente di cambiamento e la salvaguardia della propria integrità creativa.
ATTO 8: Tecnologia e l'etica dell'immagine digitale
Con questo atto esploriamo il terreno etico della manipolazione digitale nell’arte contemporanea. La tecnologia offre strumenti potenti, ma fino a che punto può essere utilizzata senza compromettere la fiducia nell’immagine e nell’opera dell’artista? L'etica si interpone come baluardo contro l’abuso della manipolazione digitale, richiedendo una riflessione critica sull’equilibrio tra creatività e la preservazione dell'autenticità artistica.
ATTO 9: Il pubblico come giudice etico: una critica necessaria?
In che misura il giudizio del pubblico dovrebbe plasmare i limiti dell'arte? L'opinione collettiva emerge come forza critica, capace di fungere da baluardo contro eccessi eticamente discutibili. La connessione tra artisti e pubblico diventa un dialogo cruciale, in cui la responsabilità artistica e l'accoglienza del pubblico convergono per definire i confini etici dell'arte.
Atto 10: Il futuro dell'arte tra etica e innovazione
Nel gran finale, il decimo atto si proietta nel futuro dell’arte, ancorato tra etica e innovazione. Come possono gli artisti tracciare nuove frontiere senza compromettere il rispetto della morale corrente? La risposta, come il sipario che cala, rimane sospesa nell'infinita ricerca di equilibrio tra la libertà artistica e l'integrità etica. L'innovazione si fa compagna di viaggio, guidando gli artisti attraverso territori inesplorati, mentre l'etica funge da bussola per assicurare che questa esplorazione avvenga nel rispetto dei valori umani fondamentali.
CONCLUSIONE
Mah! L'interrogativo persiste: limitare l'arte per preservare l'etica o lasciare libera la creatività artistica, consapevoli del rischio che comporta? Forse, nel tentativo di risolvere questo dilemma, ci avviciniamo all'utopia. La complessità intrinseca tra arte ed etica può sfuggire a una risposta definitiva. Forse, in questa continua tensione, risiede la bellezza stessa del dibattito. Concludiamo così, nell'incertezza, invitando alla riflessione continua su come l'arte e l'etica possano danzare insieme... senza compromessi irragionevoli.
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PROSSIMO ARTICOLO: "Cosa succede al nostro cervello quando ascoltiamo la musica?" Esploreremo come la musica influenzi le emozioni, la memoria, la concentrazione e persino la salute mentale, insieme a.... 🤐 Sorpresa!
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Elisa Averna
27 dic 2023
In INTERVISTE AGLI AUTORI
Cari lettori,
oggi ho il piacere di avre ospite Pedro González Redondo, autore del romanzo “Te lo dico sul muro”. Attraverso questa conversazione, esploreremo il mondo affascinante creato da González Redondo e approfondiremo la sua esperienza di scrittura, le ispirazioni dietro la trama e la sua connessione speciale con l'Italia, in particolare con la città di Viterbo.
QUARTA DI COPERTINA
Miranda, ragazza bella e solare di Viterbo che sta per entrare all’università, scopre l’amore con Giorgio, ragazzo attraente ma strafottente. Le vecchie mura del centro della città sono testimoni del loro tempestoso amore attraverso i graffiti che si scambiano a vicenda. Carlos, professore di spagnolo, arriva a Viterbo in fuga da certe vicende sgradevoli della sua vita a Siviglia. Il destino farà incontrare Miranda e Carlos e avvicinerà le loro metà spezzate. Un romanzo d’amore costruito sulla base di ventiquattro scritte d’amore vere trovate a Viterbo.
BIOGRAFIA
Pedro González Redondo è nato a Córdoba (Spagna) nel 1966, città in cui ha studiato Ingegneria Agronomica e Ingegneria Forestale. Dal 1998 lavora a Siviglia come professore presso l'Università della città. Le sue passioni includono la campagna, la lettura, la scrittura e l'Italia: la sua lingua, la sua gente e la sua cultura. Dal 2003, ha effettuato diverse permanenze lavorative in Italia, permettendogli di migliorare la conoscenza della lingua italiana, ed è particolarmente legato a Viterbo e alla Tuscia. Ha pubblicato numerosi lavori scientifici nel suo campo professionale e, in italiano, ha pubblicato “Sulle tracce di santa Rosa. Diario di viaggio in Spagna" insieme ad Alessandro Finzi. “Te lo dico sul muro” è il suo primo romanzo.
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Cominciamo!
Come hai avuto l’ispirazione per creare una storia d’amore basata su graffiti reali trovati a Viterbo?
L'ispirazione è nata dalla bellezza che ho trovato nei graffiti d'amore che, già nel 2007, ho scoperto sui muri del centro di Viterbo durante la mia prima permanenza di lavoro in quella meravigliosa città. Mi ha colpito il fatto che la maggior parte dei graffiti avesse temi amorosi, a differenza della Spagna, il mio paese, dove molti graffiti sono di protesta sociale. Ho pensato che questi graffiti potessero fungere da filo conduttore per la trama di un romanzo. A spingermi a scrivere il romanzo è stata Martina Banchetti, una delle mie insegnanti di italiano, e infatti il titolo "Te lo dico sul muro" me lo ha suggerito lei.
Come hai bilanciato la rappresentazione di momenti intensi e leggeri all'interno della trama?
L'alternanza tra momenti intensi e leggeri lungo la trama è emersa in modo spontaneo man mano che l'azione si sviluppava. All'inizio del romanzo ci sono più passaggi leggeri, in sintonia con gli episodi in cui la protagonista, ancora al liceo, si apre all'amore con un ragazzo della sua età, e si intensifica più avanti quando la relazione inizia a complicarsi tra di loro e succede qualcosa, che non svelerò, che cambia il corso della storia.
Come hai affrontato la costruzione dei personaggi di Miranda e Giorgio? Qual è stato il tuo intento nel delineare la loro relazione tempestosa?
Per costruire i personaggi di Miranda e Giorgio mi sono ispirato a un fatto che osservo frequentemente nelle attuali coppie giovani e che in un certo modo mi sorprende: Miranda rappresenta la ragazza allegra, bella e sensata, che si innamora del tipico ragazzo bello, spensierato e un po' prepotente, che pensa solo a divertirsi e che, spesso, non rispetta i tempi e i desideri della ragazza nel progredire della relazione. Ho voluto rappresentare la perplessità che mi suscitano questo tipo di relazioni tormentate. E per costruire i personaggi mi è stata utile la mia esperienza come insegnante, dato che ho a che fare con molti giovani.
La presenza del professore Carlos aggiunge uno strato culturale alla trama. Qual è stata la tua motivazione dietro l’introduzione di un personaggio spagnolo e le riflessioni sulla differenza di costumi tra Italia e Spagna?
Penso di aver introdotto il professore Carlos, in un certo senso, per portare uno sguardo personale nella storia, dato che anch'io sono un insegnante. In questo senso, gli avvenimenti più direttamente legati a certi episodi rilevanti dell'azione non sono autobiografici, ma ci sono diverse aneddoti che mi sono accaduti durante le mie permanenze in Italia e che ho deciso di plasmare nel romanzo. L'ho fatto perché quella differenza di usanze tra Spagna e Italia, nonostante siano due paesi simili di carattere mediterraneo, mi colpisce, e mi piace che sia così, essendo un appassionato dell'Italia.
Le scritte sui muri di Viterbo sono diventate un elemento chiave della trama. Come hai scelto le ventiquattro scritte d’amore vere che hanno ispirato il romanzo?
I graffiti d'amore sui muri di Viterbo, che come ho detto ho scoperto nel 2007, mi sono sembrati bellissimi fin dall'inizio, e ho deciso di fotografarli durante i miei successivi soggiorni a Viterbo per collezionarli. Una volta deciso che avrebbero fatto parte del filo conduttore della trama, ho studiato quali si adattassero meglio alle diverse scene del romanzo. Uno che ritengo bellissimo e che in un certo modo riflette alcune vicissitudini della relazione tra Miranda e Giorgio è "Se mi consideri una bambina, insegnai a dimenticarti come hai insegnato ad amarti". È il primo graffiti d'amore che mi ha colpito a Viterbo.
Qual è stata la tua principale sfida nella gestione dei salti temporali nella narrazione e come pensi che abbiano contribuito alla comprensione della storia?
La sfida principale è stata alternare in modo coerente i salti temporali all'inizio del romanzo, quando l'azione si alterna tra la partenza di Carlos dalla Spagna nel suo viaggio in Italia e l'inizio della relazione tra Miranda e Giorgio prima che lei entri all'Università. Successivamente, la sfida successiva è stata fare il salto in modo coordinato al periodo in cui Miranda entra all'Università, dove Carlos inizia a dare lezioni e interagisce con lei. Credo che la storia si possa seguire bene, anche perché si svolge in un periodo relativamente breve, di circa due anni.
Nelle recensioni, è stato sottolineato il piacere di visitare i luoghi indicati nel libro. Quanto è stata importante per te la descrizione accurata dei luoghi e come hai lavorato su questo aspetto?
In questo senso, il romanzo è un piccolo omaggio personale alla città di Viterbo (e al lago di Bolsena), luoghi che porto nel cuore fin dai periodi prolungati di lavoro nella città papale nel 2007, 2010 e 2013. Conosco bene il centro storico di Viterbo e l'ho percorso innumerevoli volte (ho persino camminato per le strade che mi mancavano da conoscere prima di lasciare la città durante il mio ultimo soggiorno). Inoltre, mentre scrivevo il romanzo e non ero a Viterbo, se qualche dettaglio non lo ricordavo o conoscevo, mi documentavo con l'aiuto di Internet e di una mappa completa del centro storico di Viterbo che ho appeso alla parete del mio studio.
Tra i personaggi, Carlos è stato menzionato come particolarmente apprezzato dai lettori. C’è un elemento della sua personalità che ti ha ispirato particolarmente mentre lo sviluppavi?
Penso che il tratto della personalità di Carlos che più mi ha ispirato mentre lo costruivo sia la sua capacità di meravigliarsi di fronte alla bellezza. Trova la bellezza in Miranda, a Viterbo e in altri dettagli che emergono nel romanzo.
Il libro tocca temi importanti senza rivelarli per evitare spoiler. Qual è stata la tua strategia nel trattare argomenti delicati e come hai sperato che il lettore li avrebbe recepiti?
L'idea di includere il tema più delicato trattato nel romanzo è emersa una volta che avevo già iniziato a scrivere alcuni capitoli ed è stata una scoperta perché mi ha permesso di dare una svolta all'azione, specialmente per quanto riguarda la relazione tra Miranda e Giorgio, e per il successivo aumento del protagonismo di Carlos e della sua interazione crescente con Miranda. Ho cercato di affrontare quel tema in modo che il lettore potesse scegliere se coinvolgersi più o meno emotivamente nelle possibili conseguenze di tale fatto. Credo che con l'approccio adottato nel romanzo ogni lettore possa sentirsi a proprio agio con lo svolgersi degli eventi.
La voce narrante in terza persona al passato è stata una scelta consapevole. Come pensi che questa decisione abbia influenzato la narrazione e l'approfondimento dei personaggi nel contesto della storia d'amore?
Questa scelta dello stile narrativo mi ha permesso di far luce contemporaneamente sui protagonisti, in particolare su Miranda e Carlos, in modo che ognuno di loro potesse "parlare" nella storia. Il risultato sarebbe stato diverso se il punto di vista della narrazione fosse ricaduto solo su un personaggio che avesse raccontato la storia in prima persona.
Qual è stato il momento più significativo o ispiratore nella tua vita che ha contribuito a plasmare il tuo stile di scrittura?
Penso che il mio stile di scrittura sia evoluto fin dai primi compiti a scuola. Tuttavia, credo che al mio attuale stile di scrittura abbiano influito due momenti cruciali: innanzitutto, gli e-mail che inviavo agli amici e alla famiglia durante la mia prima permanenza a Viterbo, dove agivo come cronista della vita quotidiana raccontando loro tutto ciò che mi accadeva e ciò che scopri. In secondo luogo, ho avuto un'eccezionale opportunità di apprendimento con i compiti assegnatimi dalla mia insegnante (direi maestra) Martina Banchetti durante le lezioni di italiano, in cui lei faceva ampio uso della letteratura e di esercizi di scrittura.
Se potessi condividere un consiglio con gli aspiranti scrittori, quale sarebbe?
Leggere come se non ci fosse un domani. Leggere ti permette di conoscere il vocabolario, acquisire cultura e imparare stili di scrittura, il che è molto utile quando ci si trova di fronte alla scrittura di un'opera.
Come equilibri il bisogno di esprimere emozioni intense nella tua scrittura senza diventare troppo personale o autobiografico?
Quando si scrive, in misura maggiore o minore, si trasferiscono le emozioni che si provano o la visione che si ha delle cose. Ma credo che in "Te lo dico sul muro" io sia riuscito/a a esprimere emozioni, intense a volte e più leggere altre volte, con una certa distanza, attraverso uno sguardo un po' esterno, come un osservatore curioso che vede i personaggi sperimentare le vicissitudini della storia. E ho cercato di far vivere a loro quelle emozioni.
Immagina che il tuo libro venga adattato per il grande schermo. Chi sarebbero i tuoi attori ideali per i personaggi principali e perché?
Questa è la domanda più difficile dell'intervista perché, anche se mi piace, è da anni che non guardo cinema. Clara Lago e Mario Casas, attori spagnoli, potrebbero essere Miranda e Giorgio. Anche se fisicamente non sono esattamente come immagino i personaggi di "Te lo dico sul muro", hanno interpretato ruoli identici al cinema. Carlos potrebbe essere ben rappresentato da Raoul Bova, perché lo assomiglia fisicamente un po'.
Oltre alla scrittura, quali sono le tue passioni o interessi che influenzano la tua creatività?
Una delle passioni che più ha influito sulla mia creatività, nel senso letterario, è stata la lettura, soprattutto di libri in lingua italiana, che mi ha permesso non solo di acquisire cultura ma anche di fluire con la lingua di Dante, dato che la mia lingua madre è lo spagnolo. Ho anche una passione per la scrittura scientifica e divulgativa nel mio campo di lavoro, cosa che mi ha conferito facilità e disinvoltura nella scrittura in generale, risultando utile quando ho scritto il romanzo.
Se potessi sederti a cena con tre autori, vivi o morti, chi sceglieresti e quali domande vorresti rivolgergli?
Margaret Mazzantini, a cui chiederei perché non ha pubblicato più romanzi (ho letto tutti i suoi romanzi e li adoro). Italo Calvino, a cui chiederei se può darmi una lezione di scrittura (ho amato il suo libro "Lezioni americane"). Alessandro Baricco, a cui chiederei come fa a creare quell'atmosfera così particolare nei suoi libri.
Hai un rituale o una routine particolare quando ti siedi a scrivere? Qual è l'ambiente ideale per la tua creatività?
Quando scrivo, ho l'abitudine di rileggere e ritoccare prima l'ultimo pezzo di testo che ho scritto l'ultima volta, perché mi aiuta a riprendere il filo e continuare a scrivere. Per quanto riguarda l'ambiente fisico, ho scritto in scenari molto vari (sul lago mentre andavo a fare il bagno, al bar durante la colazione, al lavoro, a casa, in campagna, eccetera). Ma per quanto riguarda lo stato mentale, ho bisogno di non avere la mente occupata da compiti urgenti al lavoro, altrimenti non trovo ispirazione per scrivere.
Se il tuo libro fosse una colonna sonora, quali canzoni ne farebbero parte e perché?
Una canzone che compare nel romanzo è "You make me feel so young" di Frank Sinatra; credo che rappresenti bene il sentire di Carlos nella storia. È una canzone che mi fa vibrare. "Albachiara" di Vasco Rossi potrebbe essere la melodia che rappresenta ciò che ispira Miranda, la protagonista. È, inoltre, una delle prime canzoni che mi hanno insegnato in italiano.
Se potessi scrivere in qualsiasi parte del mondo per un breve periodo, dove sceglieresti e perché credi che l'ambiente influenzerebbe la tua scrittura?
Sceglierei una città di medie dimensioni o un paese non turistico in Italia. L'atmosfera, la gente, il cibo, il paesaggio e il ritmo di vita tipicamente italiani mi ispirano a scrivere.
Se dovessi descrivere il tuo approccio alla vita con una sola parola, quale sarebbe e perché?
Curioso. Mi considero una persona curiosa e osservatrice, il che implica che sono attratto da ciò che vedo intorno a me, soprattutto tutto ciò che è bello. Inoltre, questa capacità di osservazione mi spinge a narrare ciò che trovo interessante o attraente.
Concludiamo questa stimolante intervista ringraziando Pedro González Redondo per la sua generosa condivisione di insight e dettagli dietro la creazione di "Te lo dico sul muro". La sua passione per l'Italia, la sua esperienza a Viterbo e la capacità di trasformare graffiti reali in una storia d'amore coinvolgente sono elementi che avranno certamente catturato la nostra immaginazione.
Cari lettori, speriamo che questa intervista vi abbia offerto uno sguardo approfondito sulle origini e lo sviluppo di questo affascinante romanzo. Vi incoraggio a esplorare "Te lo dico sul muro" di Pedro González Redondo per immergervi in una storia d'amore unica, ispirata dalla bellezza intrinseca dei graffiti di Viterbo.
Grazie per essere stati con noi in questa avventura letteraria e alla prossima intervista!
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"Te lo dico sul muro" di Pedro G(https://www.amazon.it/Te-lo-dico-sul-muro/dp/8831694073/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=2JJKMZZB2K6Y9&keywords=te+lo+dico+sul+muro+di+pedro&qid=1703071184&s=books&sprefix=te+lo+dico+sul+muro+di+pedro%2Cstripbooks%2C121&sr=1-1)onzález Redondo(https://www.amazon.it/Te-lo-dico-sul-muro/dp/8831694073/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=2JJKMZZB2K6Y9&keywords=te+lo+dico+sul+muro+di+pedro&qid=1703071184&s=books&sprefix=te+lo+dico+sul+muro+di+pedro%2Cstripbooks%2C121&sr=1-1)
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Elisa Averna
15 dic 2023
In ROMANZI A TEMA
Cari lettori e autori,
Se conoscete romanzi che trattano il tema della religione (qualsiasi tipo di religione) non ancora menzionati, vi invitiamo calorosamente a condividerli nei commenti qui sotto, con l'attenzione di segnalare solo opere che abbiano ricevuto una scrupolosa revisione editoriale. La qualità delle opere presentate è cruciale per offrire ai lettori un'esperienza letteraria appagante. Che siate appassionati lettori, scrittori emergenti o amanti della narrativa per tutte le età, i vostri suggerimenti sono di grande valore per arricchire questa lista.
Grazie per il vostro contributo!
In questa sezione sono indicizzati i romanzi che parlano di qualsiasi religione o di temi legati alle credenze religiose: crisi di fede, connessione con il divino, segreti legati a un credo, conflitti derivati dalle differenze religiose, dogmatismo o abusi di potere all'interno delle strutture religiose, la vita quotidiana dei praticanti di una determinata religione, crisi spirituale, fanatismo e tolleranza, cambio di prospettiva religiosa, sacrificio e abnegazione, tolleranza religiosa e pluralismo, visioni mistico-spirituali, ruolo delle donne nella religione, condizionamenti religiosi ecc.
ROMANZI DI AUTORI EMERGENTI NO EAP - MICROEDITORIA
ROMANZI DI AUTORI SELF PUBLISHING - AUTOPUBBLICAZIONI
ROMANZI CLASSICI E DI AUTORI ITALIANI EDITI DA CASE EDITRICI GRANDI O PICCOLO-MEDIEreligiose: crisi di fede, connessione con il divino, segreti legati a un credo, conflitti derivati dalle differenze religiose, ogmatismo o abusi di potere all'interno delle strutture religiose, la vita quotidiana dei praticanti di una
"Il nome della rosa" di Umberto Eco
(Teologia cristiana)
Un’abbazia medievale isolata. Una comunità di monaci sconvolta da una serie di delitti. Un frate francescano che indaga i misteri di una biblioteca inaccessibile. Un classico della letteratura italiana che mescola giallo, storia e teologia, ambientato in un monastero benedettino nel XIV secolo.
ACQUISTA(https://www.amazon.it/nome-della-rosa-Ediz-illustrata/dp/8834603001/ref=sr_1_1?crid=2QML1ZVEDD1VP&keywords=il+nome+della+rosa+umberto+eco&qid=1702627096&sprefix=Il+nome+della+rosa%2Caps%2C161&sr=8-1)
"999. L'ultimo custode" di Carlo A. Martigli
(Fedi monoteiste)
Settembre 2009. Alla morte del nonno, Guido de Mola scopre che la sua famiglia da secoli è depositaria di un segreto, straordinario e terribile, che riguarda il filosofo Giovanni Pico della Mirandola, i processi per stregoneria, l'origine delle tre grandi fedi monoteiste. Ora Guido dovrà raccogliere il testimone dei suoi avi, diventando così l'ultimo custode del mistero di Pico. Un segreto che, se rivelato, può mettere in discussione il mondo come lo conosciamo da duemila anni.
ACQUISTA(https://www.amazon.it/999-Lultimo-custode-Carlo-Martigli/dp/8804741325/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=2KRWIR54KO4UT&keywords=di+Carlo+A.+Martigli&qid=1702628112&s=books&sprefix=di+carlo+a.+martigli%2Cstripbooks%2C180&sr=1-1)
"Una donna in fuga" di Linda Castillo
(Amish)
Nel tranquillo Painters Mill, Ohio, la vita ordinaria si scompone quando una nevicata colpisce e Kate Burkholder, capo della polizia, indaga su un misterioso incidente. Nel bel mezzo della tempesta, il vedovo Amish Adam Lengacher trova una donna ferita e armata, intrappolata in un passato oscuro. Accogliendola secondo la loro fede, Adam si imbarca inconsapevolmente in un percorso che svelerà segreti pericolosi nella cittadina a maggioranza Amish.
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ROMANZI DI AUTORI STRANIERI TRADOTTI IN ITALIANO
"A volte ritorno" di John Niven
Dopo un lungo periodo di assenza, Dio torna in Paradiso e, sconcertato dalle tragedie terrene, decide di inviare suo figlio, JC, sulla Terra per correggere le ingiustizie. Tuttavia, JC, vivendo tra i marginati a New York, si scontra con le assurdità del mondo umano, cercando di diffondere il suo messaggio attraverso la musica e affrontando l'ostilità delle autorità.
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"E l'asina vide l'angelo" di Nick Cave
(Fanatici religiosi)
Sud degli Stati Uniti, metà del secolo scorso. Nell'isolata valle di Ukulore vive una comunità di fanatici religiosi, la cui cieca devozione sembra attirare soltanto le ire e i castighi di un Dio crudele...
ACQUISTA(https://www.amazon.it/lasina-vide-langelo-Nick-Cave/dp/8869982009/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=LSQXI7FRTSAK&keywords=E+l%27asina+vide+l%27angelo%22+di+Nick+Cave&qid=1702670326&sprefix=e+l%27asina+vide+l%27angelo+di+nick+cave%2Caps%2C236&sr=8-1)
"Il Cacciatore di Aquiloni" di Khaled Hosseini
(Islam)
Questo romanzo segue la vita di due amici, Amir e Hassan, in Afghanistan durante il periodo tumultuoso degli anni '70. La storia tocca diversi aspetti della società afghana, inclusi i valori culturali e religiosi legati all'Islam. Attraverso le vicende dei personaggi principali, il romanzo offre una prospettiva sulla complessità delle relazioni umane e delle dinamiche culturali, con la religione che gioca un ruolo significativo nella trama.
ACQUISTA(https://www.amazon.it/cacciatore-aquiloni-Khaled-Hosseini/dp/880707060X/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=3ROZDRYJHN3QF&keywords=%22Il+Cacciatore+di+Aquiloni%22+di+Khaled+Hosseini&qid=1702630524&s=books&sprefix=il+cacciatore+di+aquiloni+di+khaled+hosseini%2Cstripbooks%2C122&sr=1-1)
"Il Codice da Vinci" di Dan Brown
(Cristianesimo)
Un thriller che esplora temi legati al Cristianesimo e alla storia della Chiesa. Chi era davvero Leonardo? Cosa nascondevano i Templari? Quale chiave dà accesso al segreto del Santo Graal?
ACQUISTA(https://www.amazon.it/Codice-Vinci-Dan-Brown/dp/880474667X/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=1Z0R3AP402ZWI&keywords=%22Il+Codice+da+Vinci%22+di+Dan+Brown&qid=1702627273&sprefix=il+codice+da+vinci+di+dan+brown%2Caps%2C344&sr=8-1)
"Il Vangelo secondo Gesù Cristo" di José Saramago
Una riscrittura della vita di Gesù con una prospettiva unica e controversa. Il Gesù Cristo di Saramago, da alcuni cristiani ortodossi ritenuto blasfemo, è un carattere fortemente spirituale, ma in tutto e per tutto umano, che incarna i dubbi e le sofferenze propri della condizione universale di uomo.
ACQUISTA(https://www.amazon.it/Vangelo-secondo-Ges%C3%B9-Cristo/dp/8807885344/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=3PZ7PXEV6J7YV&keywords=%22Il+Vangelo+secondo+Ges%C3%B9+Cristo%22+di+Jos%C3%A9+Saramago&qid=1702627420&sprefix=il+vangelo+secondo+ges%C3%B9+cristo+di+jos%C3%A9+saramago%2Caps%2C153&sr=8-1)
"L'uomo che cercava la verità" di Noah Gordon
Questo romanzo è la storia di un amore - quello tra Michael e Leslie - così profondo e appassionato da superare gli ostacoli e i pregiudizi che lo minacciano: perché Michael è un giovane rabbino, nato e cresciuto nel cuore della New York ebraica dei primi decenni del Novecento, e Leslie è la figlia di un pastore protestante. Entrambi vivono in ambienti in cui ebrei e cristiani non hanno molte occasioni di innamorarsi e, ancor meno, di sposarsi tra loro.
ACQUISTA(https://www.amazon.it/Luomo-cercava-verit%C3%A0-Noah-Gordon/dp/8817001759/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=34HUXD3MBHF7O&keywords=L%27uomo+che+cercava+la+verit%C3%A0&qid=1702670700&sprefix=l%27uomo+che+cercava+la+verit%C3%A0%2Caps%2C202&sr=8-1)
"Siddharta" di Hermann Hesse
(Buddhismo)
Un romanzo filosofico che segue la vita di Siddharta Gautama, il fondatore del Buddhismo.
ACQUISTA(https://www.amazon.it/Siddharta-Hermann-Hesse/dp/884590184X/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=3AYYJO0CAE3WZ&keywords=Siddharta+di+Hermann+Hesse&qid=1702627842&s=books&sprefix=siddharta+di+hermann+hesse%2Cstripbooks%2C153&sr=1-1)
"Silenzio" di Shusaku Endo
(Persecuzioni cristiane in Giappone durante il periodo dei Tokugawa, 1633)
Ambientato nel Giappone del 1633, i giovani gesuiti Sebastian Rodrigues e Francisco Garrpe, inviati per indagare sulla scomparsa del loro mentore, padre Cristovao Ferreira, si scontrano con le dure persecuzioni dei cristiani. Costretti a scegliere tra rinnegare la fede o affrontare torture e morte, Rodrigues vive un'esperienza spirituale intensa, tradito dal suo "Giuda" Kichijiro, implorando Dio di spezzare il "silenzio" divino di fronte alle sofferenze.
ACQUISTA(https://www.amazon.it/Silenzio-Shusaku-Endo/dp/8867002945/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=2YKUXHEJ7W4XL&keywords=Silenzio+di+Shusaku+Endo&qid=1702630764&s=books&sprefix=silenzio+di+shusaku+endo%2Cstripbooks%2C432&sr=1-1)
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Elisa Averna
10 dic 2023
In INTERVISTE AGLI AUTORI
Cari lettori,
è con entusiasmo che vi presento un nuovo autore, Diego Mo, il cui romanzo d'esordio si intitola "Il riparatore del tempo". Giorgio, protagonista della trama, si immerge in una straordinaria scoperta nel vecchio casale di famiglia in Calabria durante l'estate del 2020. Tra libri dimenticati, foto e un manoscritto, il passato si svela in una narrazione che promette di lasciare un'impronta duratura nella mente di noi lettori. Personalmente, non appena ho letto la quarta, sono rimasta catturata dai temi trattati, sia da lettrice che da autrice (periodo nazista e viaggi nel tempo... un invito a nozze!)
Scopriremo insieme il processo creativo che ha dato vita a "Il riparatore del tempo" e ci immergeremo nella prospettiva di Diego su come l'abbraccio del passato possa modellare il futuro. Un viaggio affascinante che ci svelerà i retroscena della mente creativa di un autore che merita tutta la nostra attenzione.
Buona lettura!
DESCRIZIONE
Giorgio, nell’estate del 2020, lascia il Piemonte in cerca di pace nel vecchio casale di famiglia in Calabria. Qui tra riposo e ricordi riscopre nella cassaforte del nonno tre libri, una scatola di foto e un manoscritto. Inizia a leggere il primo libro “Storia della seconda guerra mondiale” e ne resta confuso. Lui non ha mai sentito parlare di questi avvenimenti. Incuriosito prosegue la lettura con “Il diario di Anna Frank”... Anna sarebbe morta nel 1942, ma lui sa che Anna è viva e Nobel per la letteratura. Prosegue con il terzo libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Resta sconvolto da ciò che legge. Cerca su internet ma trova poco su Levi e nulla sul libro. Tocca ora alla scatola di foto: ecco l’orrore dei lager, dove riconosce un volto che nel suo mondo è uno scienziato, padre di una grandiosa cura. Infine il manoscritto… Ecco la verità, la storia pazzesca di suo nonno, il viaggio nel tempo, nel 1908 alla ricerca di Adolf Hitler, la sua missione era ucciderlo. Hitler in quegli anni era un ragazzo poco più che allo sbando e suo nonno visse una lotta interna tra dovere ed etica. Compì la sua missione costruendo nel passato il suo futuro.
BIOGRAFIA
Mi chiamo Diego Mo, sono nato ad Asti il 17 maggio del 1979 e vivo nella provincia astigiana da sempre. Dopo il diploma di agrotecnico ho iniziato a lavorare in Coldiretti, presso l’ufficio zona di Vesime, un piccolissimo comune della Valle Bormida astigiana. Qui la storia si fa sentire e vedere, attraverso le mistiche pietre “totem”, gli imponenti resti del castello e l’aeroporto partigiano. A questo piccolo paese mi sento inevitabilmente legato: dopo tanti anni mi sento anche un po’ vesimese. Sono da sempre appassionato di piante, fiori e natura. Da quando non c’è più mio padre a occuparsene ho scoperto una nuova passione: l’orto. Proprio nell’orto lascio liberi i pensieri e le idee che hanno preso forma nel mio primo romanzo.
INTERVISTA
Domande sul romanzo
1. Come hai avuto l'idea di mescolare elementi storici, come la seconda guerra mondiale, con elementi fantastici come i viaggi nel tempo nel tuo romanzo?
E’ nato tutto per caso diciamo, fantasticando su aspetti separati e riuscendo poi a cucire il tutto insieme. Da ragazzino ero molto preso dall’ufologia, molti anni dopo avevo seguito l’affascinante storia di John Titor l’uomo venuto dal futuro, mettiamoci il mio affetto per la terra dei miei nonni materni e poi i tanti documentari e i libri letti sulle vicende della seconda guerra mondiale. Bene, ho miscelato il tutto insieme e ha preso forma nella mia mente il romanzo, riuscendo a collegare tutto.
2. Cosa ti ha ispirato a scegliere la Calabria come ambientazione per il casale di famiglia di Giorgio e quale ruolo gioca questo luogo nella trama?
Nel mio libro, per quanto di fantasia, sia i luoghi che i personaggi prendono spunto dalla realtà. Mio padre era astigiano, la mia famiglia affonda le sue radici in queste colline poste tra Langhe e Monferrato fin dalla fine del 500. Poi arriva mia mamma dalla Calabria, conosce e sposa mio padre e quindi arrivo io. Inutile dire che amo entrambe le regioni perché entrambe fanno parte di me. Il casale nella realtà è una piccolissima casa rurale posta in quella valle chiusa tra due fiumare, quella di cui racconto nel libro, la casa dei nonni materni dove trascorrevo le mie vacanze e dove ho vissuto davvero pagine belle della mia vita. Pertanto la scelta della Calabria è un rendere omaggio a questa terra e ai mie nonni, era il luogo di tanti sogni e avventure. Il ruolo del casale è fondamentale in quanto nasce tutto da lì e prende forma in quel luogo, non avrei immaginato questa storia senza il casale.
3. Come hai affrontato la ricerca e la costruzione dei dettagli storici nel tuo romanzo, specialmente per quanto riguarda la figura di Adolf Hitler e gli eventi della seconda guerra mondiale?
In un certo senso il libro è venuto dopo e ha attinto ai dati che avevo precedentemente conosciuto. Infatti da ragazzo ho sempre avuto una sorta di attrazione, di voglia di conoscere ciò che è stata la seconda guerra mondiale. Tutto era iniziato da un documentario sui lager nazisti visto alle medie, poi attraverso la TV, ricordo non perdevo un’intervista fatta da Maurizio Costanzo a un sopravvissuto dei lager. Sono arrivati i film e poi Youtube, dove ho seguito ore e ore di documentari. Qui cercavo non tanto la storia intesa come cronologia dei dati e fatti accaduti, quanto le vicende vissute dalle persone, dalla gente comune, fino alle biografie dei criminali nazisti. In uno di questi documentari ho scoperto tanti dettagli della vita di Hitler, il suo amore per gli animali, che aveva gli occhi azzurri, fino a quella data il 1908 in cui la storia ha perso le sue tracce. E quella data è una punto fondamentale nel mio libro. Pertanto ho accumulato una serie di conoscenze che hanno preso posto da sole nel libro.
4. Quali temi principali hai voluto affrontare attraverso la storia del nonno di Giorgio e il suo viaggio nel tempo? Ci sono messaggi o riflessioni che desideravi trasmettere ai lettori?
In effetti mi sono sempre chiesto come sarebbe il mondo di oggi senza la seconda guerra mondiale di ieri. Il male perpetrato dai nazisti ieri ci colpisce ancora oggi, come dico nel libro, per una sorta di effetto collaterale? Immaginate i milioni di esseri umani messi a morte dalla follia nazista, immaginate se tra quei milioni di essere umani ci fosse stato un luminare uno scienziato che poteva cambiare davvero il mondo. Se il mondo intero non dedicava anni energie per autodistruggersi il mondo di oggi come poteva essere? Il mio libro in un certo senso vuole lasciare questo punto di riflessione: come sarebbe oggi il mondo se non sarebbe esistito ieri Hitler?
5. Puoi condividere la tua riflessione sul ruolo dell'etica e del dovere nella lotta interna del nonno di Giorgio, specialmente considerando la sua missione di uccidere Adolf Hitler?
Hitler è stato responsabile della morte di milioni di persone e regista di orrori incancellabili, questo è sempre da tenere presente, non si possono avere particolari scrupoli o riguardi per lui. Tuttavia se Hitler sarebbe diventato un dittatore sanguinario, un assassino c’è da considerare che John, il nonno di Giorgio non era un assassino, se Hitler non dava peso alla vita umana John si e quindi la sua lotta interiore tra etica e dovere è comprensibile, io direi dovuta. Non dimentichiamoci poi che nel 1908 Hitler era un ragazzo e non ancora il demone del 900. Alla fine John compie con un aiuto il suo dovere, o così crede. Hitler ragazzo o no è sempre Hitler e non fermarlo sarebbe stato davvero eticamente scorretto dal mio punto di vista.
Conosciamo meglio l'autore
1.C'è un libro in particolare che ti ha ispirato nel diventare uno scrittore?
Il libro è nato quasi per scommessa con me stesso, non posso lontanamente paragonarmi ad altri scrittori e lo dico con convinzione e non per modestia di rito. Se dovessi scegliere un autore a cui vorrei somigliare nello stile direi Primo Levi o Moravia. Il libro che maggiormente mi ha colpito e ispirato è senza dubbio “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Lui da una testimonianza di ciò che ha vissuto senza giudizi, una pura testimonianza raccontata con una scrittura chiara, scorrevole e posata. Quando ci domanda se una madre, sapendo che il proprio figlio dovrà morire domani, smetterebbe forse di prendersi cura del proprio figlio oggi… Bene, credo che tutta la drammaticità sia trasmessa in quelle poche parole. Quel concetto non si cancella dalla mente, le madri che stendevano i panni dei figli sul filo spinato è toccante.
2. Preferisci pianificare attentamente o lasciarti guidare dalla tua creatività durante la scrittura?
Mi definisco uno scrittore acerbo e principiante, quindi devo ancora maturare uno stile o almeno collaudarlo. Per l’esperienza che riguarda questo mio primo lavoro posso dire di non aver pianificato niente, la storia è scaturita dalla mia mente passo dopo passo, in modo fluido e senza seguire alcuna regola.
3. In (http://3.In)che modo i tuoi romanzi riflettono la tua visione del mondo o le tue esperienze personali?
In questo mio primo romanzo c’è tantissimo delle mie esperienze personali. I fatti accaduti nella fiumara sono reali e accaduti a me. Gli stessi personaggi sono tutti ispirati a persone conosciute. Tutti tranne Mister Smith, hanno un origine reale. Anche la parte del capitano che armeggia con la spada non è del tutto inventata. Dopo aver conosciuto i tanti orrori della seconda guerra mondiale ho maturato un senso di profonda rabbia, quasi a dover dare giustizia a milioni di vittime innocenti e mi sono chiesto come sarebbe stato un mondo senza Hitler. In questo racconto c’è tanto della mia vita reale, in particolare nella prima parte del romanzo.
4. Ci (http://4.Ci)sono personaggi nei tuoi libri che rappresentano aspetti specifici della tua personalità o delle tue relazioni?
Diciamo che ho dato molto del mio carattere al nonno di Giorgio, John. L’essere abitudinario e il trovare rassicurazioni nella routine rispecchia molto la mia personalità, come andare in ansia se questa quotidianità viene sconvolta o solo modificata. L’appetito, anche quello è molto mio. Trovare piacere nelle camminate o dare importanza alle regole e al loro rispetto. Potrei sembrare troppo “bacchettone” ora, ma sono aspetti di me che non sono negabili.
5. Oltre alla letteratura, quali altre forme d'arte influenzano il tuo lavoro? (Musica, cinema, pittura, ecc.)
Senza ombra di dubbio il cinema. Nel maturare e concepire la mia storia, ci sono a monte tanti film visti, come “Schindler’s List”, “Il pianista”, “Fuga da Sobibor” e “Storia di una ladra di libri”. Ci sono poi film che guardavo da bambino con mio papà e che mi danno forse un’impronta un po’ più ironica, come i mitici e favolosi film di Don Camillo rigorosamente quelli con Gino Cervi e Fernandel. Nel complesso comunque senza dubbi il cinema.
Grazie, Diego, per aver accettato di condividere la tua storia e il tuo mondo con noi in questa intervista.
Il tuo impegno e la tua passione per la scrittura emergono chiaramente, e sono certo che i lettori saranno entusiasti di addentrarsi nel tuo romanzo alla luce delle informazioni condivise oggi.
In bocca al lupo per tutti i tuoi futuri progetti letterari!
E noi, cari lettori, ci diamo appuntamneto alla prossima "Intervista Autore".
ACQUISTA IL LIBRO
IL RIPARATORE DEL TEMPO di Diego Mo(https://www.amazon.it/dp/B0CNYCNFM4?ref_=cm_sw_r_apan_dp_9N8E8AE7291969YD8PW0&language=it-IT)
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